STUDI E RICERCHE SU ABUSI SESSUALI

ABUSO SESSUALE SUI BAMBINI:

CENNI STORICI, MITOLOGICI E CRITERI DI DEFINIZIONE

 

 

1.1 Inquadramento storico dell’abuso ai minori

L’abuso sessuale affonda le sue radici nella storia dei tempi; è un errore, quindi, pensare ad esso come un fenomeno tipico della società contemporanea. Ogni era, infatti ha dettato le proprie leggi sul comportamento sessuale contro i più deboli e i meno abbienti.

Quella intrafamiliare è una delle forme di abuso più diffusa che trae origine dall’incesto.

Il termine incesto deriva dal latino incestus, che significa macchiato, impuro, immorale (Treccani, 1997). Ciò sta ad indicare, oltre che una trasgressione etica e religiosa, anche un concetto di impurità e immoralità, che ben si concilia con il significato che si dà oggi a tale parola. Il dizionario Garzanti della lingua italiana (1980) definisce, infatti, l’incesto come un “rapporto sessuale fra consanguinei” comprendendo, nell’uso comune di tale terminologia e nella sua larga accezione, tutti i rapporti di natura sessuale che vengono consumati fra persone legate da vincoli di sangue in linea retta (genitori, figli, nonni) o in line collaterale (fratelli o sorelle); in quanto tali, vengono considerati impuri ed immorali. Incesto come violazione di Tabù, quindi.

A tal proposito si può affermare che l’interdizione di questo comportamento, anche se storicamente accompagnata da gradi di punizioni diversi, è universale, tranne che per poche e remote eccezioni, tra le quali le più conosciute sono quelle dell’Egitto tolemaico, nel quale il matrimonio incestuoso veniva praticato dalla classe regnante, e quella nell’antica Persia, nella quale, sempre limitatamente alla casta reale, era molto diffusa non solo l’unione tra padre e figlia, ma anche tra madre e figlio. Tale consuetudine era presente anche in società lontane, negli usi e costumi dal mondo occidentale, come quella hawaiana o quella dei regni Bantù (Caputo, 1995). Per quanto riguarda “l’antichità” del divieto, inoltre, basta ricordare che un’esplicita proibizione delle unioni incestuose si trova già nell’Antico Testamento (Levitino, 20,17-21).

L’incriminazione vera e propria dell’incesto risale alle origini del diritto romano che prevedeva la pena di morte per chi si macchiava di questo reato (Martone, 1994). La Chiesa si è mostrata piuttosto ambigua sull’argomento, continuamente in bilico fra la difesa della castità e l’incoraggiamento della procreazione, arrivando a considerare per più di una volta l’incesto (soprattutto se questo portava alla nascita di un figlio) un crimine meno grave dell’adulterio o del coitus interruptus . Comunque, sia pure con alterne vicende, proprio la pena capitale è stata il castigo previsto per chi commetteva un atto incestuoso fino agli inizi del secolo scorso, fino a quando, cioè, la cultura illuminista non prese il sopravvento. Infatti tale forma di reato non fu previsto né dal codice francese del 1810, né dai codici delle Due Sicilie del 1819 o da quello di Parma che ad esso si ispirava. In Italia, la punibilità prevista per chi commetteva un atto incestuoso fu recuperata solo nella seconda metà dell’Ottocento fino a quando, finalmente, con il Codice Zanardelli (1887), si giunse ad un compromesso, secondo il quale, il reato di incesto era possibile solo se subordinato al verificarsi del pubblico scandalo, soluzione che è stata mantenuta dal Codice Penale (1989) fino a pochi anni fa (D’Alfonso, 1997).

Oggi il tema su cui convertono i vari contributi scientifici è solitamente circoscritto alle situazioni caratterizzate da relazioni sessuali fra genitori (o adulti aventi funzione parentale) e figli minorenni, anche se deve essere sottolineato il fatto che sia gli abusi che i maltrattamenti sui minori non riguardano esclusivamente l’aspetto sessuale. Relativamente a questa precisazione sembra opportuno un inquadramento storico al quale potersi riferire per riuscire a comprendere come la posizione familiare e sociale del bambino sia notevolmente mutata nel corso dei secoli (Baldo, 1997). A tal proposito possiamo affermare che storicamente la società occidentale non è mai stata particolarmente sensibile al maltrattamento dei bambini. La condizione di sottomissione, propria dei minori all’interno della famiglia patriarcale, consolidava principalmente due opinioni: quella per cui i bambini erano considerati proprietà dei genitori (quindi, si riteneva naturale che essi avessero pieno diritto a trattare i figli come pensavano fosse più giusto) e conseguentemente quella secondo cui i genitori erano considerati responsabili dei figli, per cui un trattamento severo veniva giustificato dal fatto che solo così i genitori sarebbero riusciti a mantenere la disciplina, a trasmettere le buone maniere e a correggere le cattive inclinazioni (Correa, Martucci, 1988).

In realtà il primo provvedimento atto a proteggere il bambino risale all’anno 529 d.C., quando Giustiniano promulgò una legge che prevedeva l’istituzione di case per orfani e per bambini abbandonati. Nel Medioevo il concetto di nucleo familiare, inteso come entità adatta ad offrire protezione ed educazione al fanciullo, era ben diverso da quello attuale, dal momento che nell’ambito sociale, culturale e tradizionale del tempo era ritenuto normale allontanare il bambino dalla famiglia in età ancora molto precoce (verso i sette anni) affidando i compiti educativi a figure ed istituzioni al di fuori della famiglia. Senza dubbio i fanciulli furono probabilmente la categoria che risentì più pesantemente delle trasformazioni della società europea dal XVII secolo al XIX secolo (Martone, 1994). Il progressivo impoverimento delle classi popolari e il diffondersi dell’urbanesimo fece aumentare enormemente il numero di bambini abbandonati, di orfani e di figli illegittimi, la maggior parte dei quali veniva “raccolta” da mendicanti e costretta all’accattonaggio e al furto. Spesso i bambini venivano storpiati o mutilati per suscitare compassione e per ottenere elemosine più generose. Anche le rivoluzioni religiose dell’epoca ebbero talvolta conseguenze ideologicamente negative per l’infanzia; infatti alcune correnti del Protestantesimo calvinista (XVI secolo), attive soprattutto tra i puritani inglesi e nelle colonie del Nord America, svilupparono la dottrina della “naturale depravazione” del fanciullo, secondo la quale l’educazione doveva tendere ancora una volta a sottomettere la volontà dei bambini con un ampio uso di punizioni corporali. A tal proposito Calvino(1550) affermava che: “solo sperando totalmente nella volontà del bambino, questo può essere salvato dallo spirito innato del male insito in lui” (Moro; 1989). A partire dal XVII secolo in tutte le classi sociali si diffuse l’abitudine del “baliatico”, già da tempo presente nelle famiglie aristocratiche, che consisteva nell’affidare i neonati ad una nutrice, che aveva il compito di prendersi cura di loro durante i primi anni di vita. Per i bambini affidati a balie povere, in genere contadine, ciò significava molto spesso denutrizione, carenze igieniche e abbandono; pertanto la mortalità dei piccoli inviati alla balia risultava essere doppia rispetto a quella dei bambini che venivano allevati in famiglia. La Rivoluzione Industriale, non migliorò le condizioni dell’infanzia, ma anzi lo sfruttamento del lavoro minorile su larga scala, soprattutto in Inghilterra e in America, portò ad un aumento della morbilità e mortalità dei minori. Nelle campagne i bambini erano avviati al lavoro fin dall’età di sei, sette anni; in alcune zone rurali dell’Inghilterra del XVII secolo era considerato normale che le bambine lavorassero tutto il giorno per fabbricare oggetti di paglia e ricamare merletti con il collo e le braccia scoperte in modo da essere schiaffeggiate meglio dal proprio datore di lavoro. La Costituzione del 1793, dopo la Rivoluzione Francese, proclamò che il bambino non possedeva che diritti, ma lo sfruttamento dei minori continuò fino alla fine dell’Ottocento, periodo in cui venne stabilito l’obbligo scolastico . Anche se nel secolo XIX sorsero in Europa numerosi istituti per orfani e bambini abbandonati, essi continuavano a vivere in una condizione di grande disagio sia psichico che fisico. La gravità dei maltrattamenti subiti dai bambini può essere rilevata dai dati che emergono dai registri di questi istituti, nei quali veniva riportato un decesso ogni quattro ricoveri per stento, incuria o maltrattamento fisico. Proprio i dati emersi da tali registri cominciavano a sensibilizzare sempre di più l’opinione pubblica e il maltrattamento dei minori cominciava ad essere considerato un problema sociale (Bastianon, Gaddini, 1987). In tal senso fu importante la costituzione a New York della New Society for the Riformation of Juvenil Delinquentes, la quale organizzò un rifugio per bambini trascurati e maltrattati; si trattò della prima Società nata per occuparsi di prevenzione dell’abuso all’infanzia (Montecchi, 1991).

All’inizio del nostro secolo scienze come la pedagogia, la psicologia e la sociologia cominciarono ad interessarsi al problema dell’infanzia e ai bisogni dei minori. Al bambino vennero riconosciuti bisogni affettivi e psicologici e venne sottolineato che i diritti del minore dovevano essere tutelati non solo dai genitori, ma anche da tutta la società. In quest’ottica nel 1925 venne approvata a Ginevra la “Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo” in cui si affermava che il fanciullo doveva essere posto in condizione di svilupparsi in maniera normale, sia sul piano fisico che su spirituale, dal momento che egli aveva diritto di essere nutrito, curato, soccorso e protetto da ogni forma di sfruttamento e maltrattamento. Negli anni ’40 e ’50 la classe medica cominciò a prendere coscienza del problema dell’abuso infantile. Proprio in quegli anni comparivano nella letteratura scientifica le prime descrizioni di bambini picchiati e maltrattati. Nel 1939 Inghram riconobbe per primo l’origine traumatica degli ematomi subdurali nei neonati, provocati da percosse sulla testa. Caffey nel 1946 rilevò un’associazione tra emorragia cerebrale e fratture ossee. Wolley ed Evans nel 1955 riportarono in uno studio sui bambini con ematomi e fratture, confessioni di negligenza e aggressione da parte delle famiglie. In seguito, nel 1959, viene proclamata dall’Assemblea dell’Onu la “Carta dei diritti del Fanciullo”, nella quale viene ribadito il diritto di nascita, e di cure adeguate alla madre e al bambino nel periodo pre e post-natale; la protezione dalle discriminazioni razziali e religiose e il diritto di poter vivere in un clima di comprensione e tolleranza. Nel gennaio 1986 il Parlamento Europeo ha approvato le stesse raccomandazioni del precedente documento, con una particolare attenzione al problema dell’abuso infantile e alla necessità di protezione del minore. Infine il Consiglio d’Europa, nel gennaio del 1990, esprime la necessità di misure preventive a sostegno delle famiglie in difficoltà e misure specifiche di informazione, di individuazione delle violenze, di aiuto e terapia a tutta la famiglia e di coordinamento tra i servizi.

1.2 L’ambivalenza nei rapporti genitori-figli secondo un’ottica mitologica

Abbiamo visto nel paragrafo precedente come nel corso della storia il bambino sia stato considerato un oggetto sul quale gli adulti potevano imporre la propria volontà. Pratica corrente nell’antichità erano i sacrifici dei bambini e dei neonati, i quali venivano immolati agli dei; già nell’antica Grecia l’uccisione dei bambini deformi o non desiderati era comunemente accettata e praticata da tutti (Baldo, 1997). Di fatto la violenza sui minori da parte del mondo adulto è sempre esistita. Nell’antichità si era soliti sacrificare i propri figli a qualche Dio, castrarli o abbandonarli sulla strada, oppure affidarli alla corrente dei fiumi o addirittura buttarli giù da una rupe. E’ antica l’ambivalenza dei sentimenti di amore/odio e la paura da parte degli adulti di essere sopraffatti dai propri figli ed è proprio per questo motivo che molto spesso essi assumevano un atteggiamento aggressivo e violento nei loro confronti. A tal proposito è interessante notare come un’esemplificazione di tali sentimenti sia dimostrata anche in diverse storie mitologiche quali: “Medea, Fedra, Edipo e Kronos”.

Medea era figlia di Eeta, re della Colchide e della Oceanide e di Iyda. Grazie alle sue arti magiche, Medea fece superare a Giasone, uomo forte e valoroso di cui si era innamorata, le difficili prove facendogli conquistare il Vello d’oro; ma subito dopo essersi sposata con lui, fu cacciata da Iolco e si rifugiò con il suo sposo a Corinto. Dopo alcuni anni fu ripudiata dal marito, il quale si era innamorato di un’altra donna, Glauce. Di fronte a tale offesa Medea attuò un piano per vendicarsi: uccise la nuova sposa di Giasone, suo padre Creonte e i due figli Mermero e Fero avuti dal marito (Euripide, 431 a.C.).

Fedra era moglie di Teseo e matrigna di Ippolito, figlio di Teseo e dell’amazzone Antiope. Non appena Ippolito divenne un giovane uomo bello e valoroso, Fedra cominciò a nutrire nei suoi confronti un’insana passione d’amore. Non essendo ricambiata da lui in questo sentimento fu spinta, accecata dalla gelosia e dal dolore, a mentire Teseo, suo marito, al quale confessò che Ippolito aveva cercato di sedurla durante la sua assenza. Di fronte a tale affermazione Teseo, accecato dall’odio e dal dolore, fece condannare a morte suo figlio (Euripide, 428 a.C.).

Edipo era figlio di Laio, re di Tebe e di Giocasta, figlia di Meneceo. Non appena Laio udì da un indovino che suo figlio lo avrebbe ucciso da grande, ordinò ad un suddito di condurre il neonato sul monte Citerone e di abbandonarlo con i piedi legati. Il suddito disubbidì e decise di affidarlo ad un pastore, il quale, a sua volta, lo condusse dal re Polibio, che lo volle adottare. Diventato un giovane uomo, Edipo si recò dall’oracolo, il quale gli predisse che un giorno si sarebbe trovato nella condizione di uccidere suo padre e di sposare sua madre. Tale notizia sconvolse Edipo, che scappò da Corinto e si diresse verso Tebe. Lungo il tragitto, durante un combattimento contro i Tebani, uccise il suo vero padre, Laio, e una volta giunto a Tebe, trovò la città in subbuglio. Successivamente Edipo fu sottoposto al quesito della Sfinge e, risolto l’enigma, prese in sposa Giocasta, sua vera madre, insieme alla quale governò per molti anni su Tebe. Qualche anno più tardi sulla città di Tebe si imbattè una pestilenza che rese sterili i sudditi e completamente arida la terra. Questa situazione, spinse un suddito fedele della corte a recarsi a Delfi per consultare l’oracolo, il quale gli rivelò che era stato proprio Edipo ad uccidere Laio e per questo doveva essere subito allontanato dalla città. Sconvolto dall’accusa, Edipo mendò a cercare il pastore che tanti anni prima lo aveva affidato al re Polibio, il quale gli svelò la terribile verità, secondo la quale, proprio lui, figlio di Laio, aveva ucciso suo padre e sposato sua madre Giocasta. La donna per la disperazione e per la vergogna si impiccò, mentre Edipo con uno spillone si accecò entrambi gli occhi e vagò per terre lontane (Sofocle, V secolo a.C).

Kronos, Dio del tempo, mangiò ogni figlio che gli nacque, tranne il sesto, che sua moglie Rea riuscì a salvare mettendo al suo posto, come pasto, un sasso. Kronos, scoperto l’inganno, cercò il piccolo Zeus, ma invano. Egli non era da considerare un mostro per il semplice fatto che applicava ai figli, con qualche variante, ciò che suo padre aveva fatto prima di lui. Infatti il padre Urano, il Cielo, primo re dell’universo, per paura di perdere il dominio futuro, aveva imprigionato il figlio Kronos, insieme ai fratelli, nelle viscere della madre Gea, la Terra, la quale riuscì a liberarlo (Baldo, 1997).

Attraverso un’attenta lettura, notiamo come la polarità di potenza-impotenza sia molto spesso presente nei miti (in particolare in Edipo e Kronos), poiché in essi solitamente si parla della lotta tra un Padre-Re, forte, potente e un Figlio-Suddito, debole al momento, ma destinato a diventare forte e a prendere il posto del padre. Ma la lotta è da considerarsi un presupposto utile dal quale poter partire per comprendere come la paura di un figlio di diventare adulto e quindi di prendere il posto del proprio padre rappresenti un processo mentale di crescita e di consapevolezza psicologica alquanto complessa. Diversamente accade per il padre, il quale, attraverso l’uccisione del figlio, crede di vincere la paura della morte e il senso d’impotenza (Nagliero, 1994).

Al contrario, attraverso le sue storie mitologiche, Euripide (V secolo a.C.) evidenziava sempre il lato più umano e meno eroico dell’essere umano; basti ricordare la sua predilezione per quelle figure femminili forti (come Medea e Fedra) e crudeli, ma di una forza che nasceva dalla loro stessa fragilità, da uno spirito di abnegazione che le spingeva ad assumere atteggiamenti crudeli e vendicativi, causati dal rifiuto degli uomini che esse amavano e volevano con tutte se stesse (Treccani, 1997).

Molti si sono posti delle domande sull’interdetto dell’incesto, dal momento che, se all’inizio del mondo c’era un’unica coppia, Adamo ed Eva, per crescere e moltiplicarsi i loro figli non hanno potuto far altro che accoppiarsi con la propria madre e, più tardi, tra loro. Questa affermazione è da considerarsi necessariamente una supposizione, dal momento che nessun teologo ha dato conferma a riguardo (Caputo, 1995). Un bambino malizioso, al quale quel meraviglioso racconto della Genesi viene in genere narrato, avrebbe ben diritto di credere che l’incesto sia fatalmente avvenuto tra la madre, notoriamente incline al consumo di mele proibite e avvezza al peccato, e uno dei suoi figli. Naturalmente tale scelta ricade su Caino, il cattivo per antonomasia, il quale certamente non si sarebbe sottratto all’unione con la propria madre, Eva per l’appunto. Nel primo libro dell’Antico Testamento si legge a tal proposito: “Ora, Adamo visse centotrent’anni, e generò a propria immagine e somiglianza un figlio a cui pose il nome Set. Dopo che ebbe generato Set, visse Adamo ottocento anni, ed ebbe figli e figlie” (Genesi,5,3-4).

In un certo qual modo questo passo della Genesi ci riporta al punto di partenza dal momento che tracce di altre famiglie non si ravvisano.

Molti studiosi, specialisti e non, si sono domandati tra chi, dunque, fu commesso questo primo necessario incesto della specie. Le parole della Bibbia, a questo proposito, sono avvolte da un velo di sacro pudore: l’incesto, che pure evidentemente c’è stato, non è mai nominato, semmai alluso. Ancora nella Genesi è scritto: “Ora Caino conobbe sua moglie, la quale concepì e partorì Henoc; costruì una città e la chiamò Henoc dal nome di suo figlio” (Genesi, 4, 17). Tale affermazione ci porta a chiedere chi mai fosse la sposa che Caino conobbe: se Eva, sua madre, o una delle sorelle. Ancora una volta dall’Antico Testamento ciò non ci viene detto. Ciò porta a supporre, dunque, che potendo scegliere tra molte giovani fanciulle, Caino abbia preferito avere come moglie e madre dei suoi figli una di loro, piuttosto che la madre più anziana. In molti si sono chiesti quanti anni dopo di lui nacquero le altre figlie di Adamo. Anche in questo caso la Bibbia è criptica, perché sembrerebbe che Set sia nato quando il longevo genitore aveva compiuto centotrenta anni e che solo molto tempo dopo Adamo abbia generato anche delle figlie. Se fosse così, è certamente improbabile che Caino abbia atteso qualche secolo prima di ammogliarsi. Comunque stiano realmente le cose, la prima coppia dell’umanità è certamente incestuosa, né d’altra parte la cultura umana si sarebbe data un tabù così potente se non avesse dovuto regolare e reprimere un’abitudine profondamente radicata e praticata e, al tempo delle origini, assolutamente necessaria per la sopravvivenza della specie. Ricordare l’Antico Testamento è importante per comprendere come l’atto incestuoso, alla base delle nostre origini, risulti deducibile solo dalla logica dei fatti: esiste sulla terra un’unica famiglia, che prolifica e cresce e che non può essersi riprodotta se non attraverso molteplici e successivi accoppiamenti di fratelli e sorelle, cugini e cugine, suoceri e nuore (Caputo, 1995).

1.3 L’abuso sessuale nella fiaba

“Anna dei Porci” di Piero e Marco Ventura, edito nel 1987, racconta l’abuso sessuale subito da una ragazzina di dodici anni mentre pascolava i maiali. Il lieto fine, il bosco, il cavaliere azzurro, l’orco malvagio e il lupo, sono riferimenti che ci portano immediatamente al fiabesco. Ed è interessante che proprio in tale contesto si parli in modo semplice e diretto di uno stupro. “Anna dei Porci”, infatti, ha dato adito a molte riflessioni, ma non per l’argomento di cui tratta, l’abuso sessuale su un minore, ma per il fatto che la fiaba in sé, come genere letterario, induce molti studiosi ad analizzarla in chiavi differenti. A tal proposito, Calvino (1988) afferma che alcune scuole interpretative individuarono nei motivi delle fiabe le fasi dei riti di iniziazione; altre riconobbero in essi i simboli dei sogni; o ancora essi vennero ridotti a formule schematiche come operazioni logico-matematiche. Qualunque sia il modello interpretativo a cui vuole fare riferimento, la fiaba rimane misteriosamente universale. Essa è presente in ogni angolo del mondo, in qualsiasi periodo storico. La si riconosce con immediatezza perché risponde a delle costanti che la caratterizzano: dalla rappresentazione dei personaggi all’intreccio del racconto (Calvino, 1988). Come osserva Delfini (AA.VV., 1980) i personaggi della fiaba sono generici e astratti, privi di spessore psicologico, non sposano ideologie, seguono solo un percorso che è sempre lo stesso. Ciò permette a chi legge, il bambino per l’appunto, di identificarsi nei protagonisti della fiaba, o meglio consente di proiettare su di loro i propri contenuti con estrema facilità. E’ come se il bambino si trovasse ad interagire con personaggi “vuoti”, che lui stesso si preoccupa di riempire spontaneamente di propria personalità (Maffeo, 1996). L’abuso all’infanzia, nelle sue diverse tipologie, è uno degli elementi più presenti nella fiaba. Il suo manifestarsi è tale che, già da una prima analisi, viene da chiedersi se non sia la modalità con cui la fiaba voglia segnalare qualcosa al suo direttore fruitore, il bambino. Per Bettelheim (1991, p. 17) essa è la rappresentazione del, processo del sano sviluppo“ che, “inizia con la resistenza ai genitori e con la paura di crescere e termina quando il giovane ha realmente trovato se stesso, ha raggiunto l’indipendenza psicologica e la maturità morale”. Attraverso un linguaggio spesso crudele e violento, la fiaba svela gli ostacoli che s’incontrano nel divenire adulti, prima tra tutti l’angoscia dell’abbandono di una situazione infantile protetta e dipendente. Non è escluso, inoltre, che i termini con cui il bambino vive questa angoscia non siano gli stessi che la fiaba propone in maniera così concisa e chiara. Come dimostra Eric Berne (1979) in un meticoloso lavoro di ricerca di similitudini tra le vicende reali di casi clinici e il fiabesco, la fiaba può essere intesa anhe come uno strumento che comunichi al bambino fatti di cronaca della realtà quotidiana, ponendosi in maniera onesta senza nascondersi dietro un’edulcorata quanto dannosa facciata della realtà.

A differenza delle altre tipologie di abuso, quello sessuale nella fiaba è difficilmente esplicitato; esso è spesso presente sotto forma di metafora, ma può trovarsi anche sotto altre forme comunque indirette. Molti sono stati gli studiosi come Bettelheim (1991), e Berne (1979), che hanno tentato di interpretare, in maniera strettamente psicoanalitica, la funzione delle fiabe nei bambini, focalizzando l’attenzione sulle favole più conosciute quali Cappuccetto Rosso, Cenerentola, Hansel e Gretel o Anna dei Porci, nel cui intreccio sono più che mai presenti forme di abuso sessuale nei confronti del bambino. Tra le tante nominate quella su cui vorremmo soffermare l’attenzione è “Pelle d’asino”, originariamente in versi come “Anna dei Porci” e poi rielaborata da Madeimoiselle Lheitier (1957), storia che racconta l’amore incestuoso di un padre per la propria figlia. Abbiamo scelto di esaminare questa fiaba per il semplice motivo che questa svela un tipico esempio di incesto. Il padre, dopo la morte della moglie decide, al di là delle imposizioni etiche e morali del suo rango (era un Re) e del suo tempo, di sposare la propria figlia verso la quale prova un’attrazione che va ben oltre la fisicità, rasentando l’amore più profondo e più vero. “Per disgrazia egli (il Re) si accorse che l’infante, sua figlia, era non solo bella e ben fatta da incantare, ma era inoltre di molto superiore alla regina madre per ingegno e gentilezza. La sua giovinezza, la splendida freschezza del suo colore infiammarono il Re e di un fuoco così violento che egli non potè nasconderlo all’infante; le disse infatti che egli aveva deciso di sposarla dal momento che lei sola poteva scioglierlo dal suo giuramento….”(Perrault, 1957, p.54).

Questa fiaba, secondo Berne (1979), sviluppa quel copione che egli stesso definisce “dramma familiare”. Infatti in questo caso la fiaba inizia con una situazione fondata sui desideri sessuali del padre nei confronti della figlia, dando vita ad una tipica situazione incestuosa. Questa fiaba in modo semplice e lineare pone i bambini di fronte ad un argomento complesso e pericoloso ma quanto mai onesto. Come rileva una ricerca compiuta in una quinta elementare (Masina, 1990), i bambini, dopo aver ascoltato “Pelle d’Asino”, rispondevano a domande precise e puntuali dimostrando di aver colto appieno l’argomento relativo all’incesto, rifiutandolo con fermezza, come è naturale che accada. Tuttavia il racconto di questa fiaba era riuscito nel suo intento, ossia nel sensibilizzare i bambini a quel tipo di problema.

A tal proposito è interessante ricordare il contributo della Kast (1993) la quale afferma che, nelle fiabe, l’accento viene posto non tanto sulla problematica che esiste all’interno della famiglia quanto piuttosto sul percorso che, partendo da questa famiglia (quella d’origine), conduce alla formazione di un’altra famiglia, la propria. La famiglia può essere naturalmente vista anche in senso soggettivo, cioè come simbolo dell’insieme dei processi psichici che sono all’interno di una personalità. Ogni membro di questa famiglia infatti, è rappresentato tanto dalla nostra fantasia quanto dalla realtà, e spesso viene da domandarci quale sia la realtà che veramente prevale. Con questa precisazione dell’Autrice, si vuole sottolineare come la fiaba tutto sommato rappresenti un percorso di crescita dell’eroe, che deve distaccarsi da una determinata struttura familiare, da un determinato processo maturativo per raggiungere una situazione nuova, più avanzata, nella quale non è detto che le difficoltà e le prove della vita da superare siano realisticamente solo di origine intrapsichica. Gli ostacoli possono essere sia di tipo soggettivo che di tipo oggettivo, di cui i più consistenti, che non a caso compaiono in molte fiabe, sono quelli che abbinano entrambi gli aspetti, relativi ai comportamenti e agli atteggiamenti genitoriali che possono rappresentare delle difficoltà e delle minacce oggettive alla crescita del soggetto (Foti, Roccia, 1994). Per alcuni autori, come Bettlheim (1980), le attrazioni sessuali degli adulti per i bambini, o dei padri per le proprie figlie, narrate in molte fiabe, rappresenterebbero le proiezioni dei desideri edipici delle bambine nei confronti del genitore; la fiaba quindi rappresenterebbe la vicenda dei desideri pulsionali che vanno necessariamente incontro a proibizioni, punizioni e conflittualizzazione; le storie raccontate nelle fiabe vengono di conseguenza interpretate unicamente come espressione di processi intrapsichici dei soggetti in età evolutiva (Lavaggetto, 1980). Infatti la modalità interpretativa della fiaba, che porta a leggere i comportamenti genitoriali che vi sono rappresentati (di abbandono, di violenza, di manipolazione sessuale) come espressione di percezioni infantili distorte, può in qualche modo risultare stimolante, ma rischi di diventare unilaterale. Il comportamento distruttivo delle figure genitoriali o dei loro sostituti simbolici, che compare sia nel sogno che nella fiaba o nel mito, non può essere ricondotto sempre ai conflitti emotivi del sognatore o del protagonista della narrazione.

Se il sogno, il mito o la fiaba rappresentano le forme di elaborazione di problematiche esistenziali dell’individuo o della collettività, tali forme includono anche gli atteggiamenti mentali e relazionali delle figure genitoriali (Grimm e Grimm, 1951).

1.4 Criteri di definizione dell’abuso sessuale

L’espressione “atti sessuali” è sufficientemente ampia da comprendere, oltre al congiungimento carnale vero e proprio, tutti i possibili modi in cui il minore è chiamato dall’adulto a svolgere la funzione di partner sessuale (atti di libidine, voyeurismo, pornografia, etc.). Negli ultimi venti anni le società occidentali hanno assistito ad una progressiva crescita della consapevolezza collettiva intorno alla dimensione e alla gravità di un fenomeno prima largamente minimizzato. Il concorso del movimento di emancipazione della donna, dello sviluppo della cultura e dei sistemi di protezione dell’infanzia sembra aver sollevato definitivamente il velo di ignoranza che faceva ritenere l’incesto estremamente raro ed esclusivo di situazioni familiari caotiche ed emarginate. Lo sforzo di giungere ad una chiara definizione delle espressioni “abuso sessuale sui minori” e “incesto” può apparire un esercizio superfluo, tanto esse sembrano di per sé evidenti. Probabilmente questo è il motivo per cui tali espressioni ancora oggi sono largamente utilizzate, da specialisti e non, con la implicita convinzione che abbiano lo stesso significato per tutti (Haugaard, Reppucci, 1988; Haugaard, Emery, 1989).

Nello specifico degli abusi sessuali, in realtà, manca ancora una definizione condivisa; questo produce rilevanti effetti in ognuno dei grandi campi che interessano il fenomeno: la clinica, la ricerca, il diritto: Nell’ambito della clinica possiamo notare che vi è la tendenza a considerare l’individuo nella sua totalità (quindi sia l’abusato che l’abusante), piuttosto che a ricercare principi generali o ad effettuare studi normativi. La ricerca, invece, si propone di studiare sistematicamente un problema, col fine di poterlo generalizzare e quindi racchiuderlo in categorie epistemologiche. Il diritto si distacca dai precedenti due campi di attività in quanto esso è tendenzialmente volto a focalizzare il problema in termini più strettamente giuridici, termini secondo i quali “la vittima” deve essere tutelata non solo dall’aggressore, ma anche dal contesto familiare nel quale il minore è inserito.

Nelle ricerche sull’abuso sessuale, sulla sua estensione e le sue caratteristiche, ogni autore, all’interno di questi tre grandi campi di analisi, adotta una definizione diversa di abuso sessuale, per cui esse sono difficilmente comparabili e i risultati cui pervengono possono variare anche di molto da lavoro a lavoro, sebbene tutte abbiano apparentemente lo stesso oggetto d’indagine (Finkelhor et al., 1986). Nella confusione che ne segue, una visione più specifica e oggettiva stenta a farsi strada, oscillando tra l’allarmismo sociale da una parte, e la tendenza a sottovalutare il fenomeno dall’altra. Un primo effetto pratico immediato di questa confusine è la difficoltà a promuovere le opportune politiche sociali a mobilitare le risorse necessarie. Sul piano operativo la clinica e il diritto risentono in maniera ancora più consistente della mancanza di una definizione condivisa. Infatti, è proprio dalla definizione di quali esperienze vissute da un minore siano o meno da ritenersi abuso sessuale, che dipendono decisioni che possono portare a conseguenze molto diverse, come ad esempio, all’attivazione o meno di interventi diagnostici e clinici per il minore e per il suo aggressore, o all’apertura o meno di un procedimento giudiziario nei confronti di quest’ultimo. Di qui la polarizzazione tra quanti ritengono motivato l’intervento esterno solo nei casi più estremi e premono per una definizione di abuso sessuale assai circoscritta (Goldstein et al., 1979; Goldstein et al., 1986) e quanti collocano al primo posto la protezione del bambino e sostengono che l’adozione di una definizione la più ampia possibile può concorrere a prevenire un’escalation da forme di abuso meno gravi ad altre più gravi (Bourne, Newberger, 1977; Feshbach, 1978). E’ nel campo della ricerca che i criteri di definizione possono variare maggiormente da Autore ad Autore. Peters, Wyatt e Finkelhor (1986), attraverso un attento esame comparativo delle principali ricerche sull’incidenza dell’abuso sessuale sui minori, hanno enucleato quattro punti fondamentali su cui convergono le definizioni che orientano i diversi lavori:

1) l’inclusione o meno dell’esibizionismo e delle proposte oscene nella definizione di abuso sessuale;

2) il limite di età della vittima;

3) l’inclusione o meno delle aggressioni commesse dai coetanei;

4) la differenza di età tra la vittima e l’aggressore.

Molti ricercatori, tra i quali Finkelhor (1979), Russell (1986), Wyatt (1985) e Fromuth (1986), usano una definizione assai ampia di abuso sessuale che comprende, oltre agli abusi sessuali con contatto fisico (contact abuse), ossia rapporti sessuali genitali, anali, orali e di masturbazione, anche atti che non contemplano un contatto fisico tra la vittima e l’aggressore (non contact abuse), come, per esempio, l’incontro con esibizionisti o l’invito, senza seguito, a partecipare ad attività sessuali. Infatti questi Autori, che includono gli atti di esibizionismo e le proposte oscene nella definizione di abuso sessuale, sostengono la loro scelta in base a due ragioni; in primo luogo, l’esibizionismo è considerato un atto il cui scopo è spaventare e colpire moralmente la vittima; in secondo luogo, le proposte oscene, quando provengono da un adulto con cui il minore ha una relazione affettivamente significativa e di dipendenza (un genitore, un fratello, un insegnante), hanno un considerevole impatto psicologico sul minore (Finkelhor et al., 1986). Altri autori come Sorrenti-Little, Bagley e Robertson (1984) esitano ad accomunare l’esibizionismo e le proposte oscene all’abuso sessuale caratterizzato da contatto fisico, dal momento che quest’ultimo implica un ben più alto grado di gravità con seri effetti psicologici per la vittima. A tal proposito alcune ricerche sostengono che sia assai improbabile che il solo abuso sessuale senza contatto fisico possa determinare disturbi psicologici a lungo termine. Per quanto riguarda il limite di età delle vittime le definizioni variano da ricerca a ricerca, spaziando dall’età prepuberale (Kinsey et al., 1953) ai sedici anni (Finkelhor, 1979, 1984; Fromuth, 1986) fino al limite di diciotto anni, oggi peraltro comunemente condiviso, che coincide con la minore età giuridica (Russell, 1983; Wyatt, 1985; Lewis, citato da Peters et al., 1986; Russell, 1986). Un altro punto di divergenza nei criteri di definizione che sottendono alle varie ricerche è costituito dal problema se debbano essere inclusi nella definizione di abuso sessuale anche episodi che abbiano come autori dei coetanei della vittima. L’orientamento più recente è quello di includere anche queste esperienze ogni volta che esse implichino coercizione (Wyatt, 1985) e non siano ricercate, bensì subite dalla vittima (Russell, 1983). L’ultimo punto di divergenza, evidenziato da Peters, Wyatt e Finkelhor (1986), è costituito dalla differenza minima di età tra l’aggressore e la vittima, necessaria perché si possa ricorrere alla definizione di abuso sessuale indipendentemente dall’esistenza di un apparente consenso da parte della vittima. In generale tutti sono d’accordo nel ritenere sempre abuso sessuale ogni relazione tra un adulto e un bambino. Quando gli episodi sessuali interessano vittime adolescenti, i confini necessari a definire l’abuso sessuale si fanno più confusi. Infatti è impossibile e arbitrario definire in modo astratto il momento in cui l’adolescente raggiunge la capacità di acconsentire liberamente e pienamente a una relazione sessuale. La maggior parte dei ricercatori sembra essersi orientata ad utilizzare il criterio di una differenza minima di età di almeno tre anni tra la vittima e l’aggressore. A differenza di questi Autori, Finkelhor (1979) e Fromuth (citato da Peters et al., 1986) adottano un criterio più articolato che tiene conto della necessità di differenziare l’infanzia (fino ai dodici anni) dall’adolescenza (dai tredici ai sedici anni). Per quanto riguarda l’infanzia essi considerano necessaria, perché si possa parlare di abuso sessuale, una differenza minima di età di almeno di cinque anni tra il minore e il suo partner sessuale. Tale differenza viene estesa a dieci anni per l’adolescenza. Sulla base di tali difficoltà questi Autori, suggeriscono l’impiego di una definizione assai ampia di abuso sessuale, che comprenda l’abuso sessuale intrafamiliare, quello extrafamiliare, il contact abuse e il non contact abuse, l’abuso sessuale commesso da coetanei e quello commesso da adulti. A tale proposito il lavoro della Russell (1983) è quello che sembra rispondere maggiormente ai criteri di ampiezza e differenziazione suggeriti. L’Autrice differenzia in modo preciso l’abuso sessuale intrafamiliare da quello extrafamiliare, diversamente da molte ricerche in cui è difficile distinguere le due forme e definisce l’abuso sessuale intrafamiliare (incestuose abuse) “ogni tipo di contatto o tentato contatto finalizzato allo sfruttamento sessuale che si verifica tra parenti, naturali o acquisiti, indipendentemente dalla distanza della relazione di parentela, prima che la vittima compia i diciotto anni” (Russell, 1986, p.59). Infatti la presenza o meno di legami di sangue tra le persone coinvolte nella relazione incestuosa è da un punto di vista psicologico, assai meno significativa del ruolo generazionale che queste persone svolgono nel contesto familiare. Russell (1986), infatti, esclude dalla definizione di abuso di tipo incestuoso i contatti sessuali con parenti di età non superiore ai cinque anni a quella del minore, qualora quest’ultimo vi abbia acconsentito o li abbia ricercati. Il problema della grande varietà di definizioni di abuso sessuale merita un’attenzione particolare quando interessa il campo della clinica e degli interventi operativi. Diversi soggetti professionali si incontrano sul terreno dell’intervento nei casi di incesto. Medici, magistrati, avvocati, psicologi, operatori sociali, insegnanti, educatori, operatori delle forze dell’ordine affrontano i casi di incesto ognuno partendo dalla propria specifica identità professionale. Dal bagaglio professionale ciascuno trae una propria visione su ciò che debba essere ritenuto abuso sessuale. Spesso queste visioni possono essere assai discordanti e possono produrre fraintendimenti su aspetti di primaria importanza, come la protezione dei minori o l’apertura a carico degli adulti di procedimenti penali. A tal proposito Autori come Haugaard e Reppucci (1988) sottolineano come si debba diffidare da definizioni troppo ampie di abuso sessuale, invitando ad affiancare sempre a espressioni generali, come “abuso sessuale sui minori”, descrizioni dettagliate ed esplicite connesse al contesto di riferimento in cui vengono usate (per esempio “bambini molestati dai genitori” o “bambini che hanno avuto rapporti sessuali con i genitori”, invece, di “bambini vittime di abusi sessuali”). Secondo Mrazek e Mrazek (1981) una definizione clinica di abuso sessuale sui minori per essere efficace deve includere una descrizione esplicita della natura degli atti sessuali, della loro frequenza e della presenza o meno di violenza o minacce di violenza, una descrizione dell’età e dello sviluppo dei soggetti coinvolti (differenza di età, livello di intelligenza, condizioni psichiche), una comprensione del tipo di relazione tra le persone coinvolte, una descrizione dell’atteggiamento e del grado di coinvolgimento di altri membri della famiglia e una descrizione degli atteggiamenti culturali rispetto alla sessualità prevalenti nell’ambiente sociale circostante. Sempre nell’ambito di un approccio clinico al problema Sgroi, Blik e Porter (1982) definiscono l’abuso sessuale “un atto imposto al minore”. Secondo questi Autori, infatti, è proprio il senso di potere e di autorità a spingere l’aggressore a violare l’intimità del bambino implicitamente o esplicitamente, con conseguenze disastrose per la vittima. La pedofilia e la violenza sessuale sono tradizionalmente trattati come aberrazioni sessuali, laddove l’esperienza clinica ha messo ampiamente in evidenza che chi aggredisce sessualmente i bambini cerca, attraverso comportamenti sessuali, di soddisfare bisogni che hanno più a che fare con la ricerca di poter, di controllo e di dominio che con il piacere più strettamente erotico.

La diversa ottica con cui viene osservato il bambino e i soprusi che egli può subire, insieme alla nuova cultura e stile di vita, ha tolto, in questi ultimi anni, il limite secondo cui il maltrattamento infantile era circoscritto a quello fisico e sessuale, per estenderlo, invece, ad una visione più ampia nella quale vengono presi in considerazione la trascuratezza e gli abusi psicologici. Viene proposto così di parlare di abuso all’infanzia come derivazione del termine child abuse in quanto onnicomprendente tutte le forme di maltrattamento e di violenze, aderendo anche alla definizione data dal Consiglio d’Europa (1990, p.26), secondo la quale negli abusi vengono individuati “gli atti e le carenze che turbano gravemente il bambino, atti e carenze che attentano alla sua integrità corporea, intellettiva e morale, le cui manifestazioni più tipiche sono la trascuratezza e/o lesioni sia di ordine fisico che psichico e sessuale da parte di un familiare o di chi ne ha la patria potestà”. E’ sulla base di tale definizione che Montecchi (1994) propone la seguente ed innovativa classificazione degli abusi, che prevede tre grandi categorie:

1)MALTRATTAMENTO

a)fisico: è la forma più manifesta e facilmente riconoscibile e la meno dannosa se non mette a repentaglio l’incolumità del bambino;

b)psicologico: è forse l’abuso più difficile ad essere individuato, se non quando ha già determinato gli effetti devastanti sullo sviluppo della personalità del bambino;

2)PATOLOGIA NELLA FORNITURA DI CURE

a)incuria: si intende la carenza di cure fornite;

b)discuria: le cure seppur fornite, sono distorte o inadeguate se rapportate al momento evolutivo del bambino;

c)ipercuria: viene offerto, in modo patologico, un eccesso di cure.

In questa categoria è compresa la “sindrome di “Munchausen” per procura”, il “medical shopping” e il “chemical abuse”.

3)ABUSO SESSUALE

a)intrafamiliare: non riguarda solo quello che comunemente considerato tra padri o conviventi e le figlie femmine, ma anche quello tra madri e figli maschi, nonché da forme mascherate e inconsuete pratiche igieniche;

b)extrafamiliare: interessa indifferentemente maschi e femmine e riconosce sempre una considerazione di trascuratezza familiare che porta il bambino ad aderire alle attenzioni affettive che trova al di fuori del proprio nucleo familiare. Negli abusi sessuali intrafamiliari, sono state riconosciute, inoltre, alcune modalità complesse di realizzazione, tanto da poterli distinguere in ulteriori tre sottogruppi: gli abusi sessuali manifesti, gli abusi sessuali mascherati e gli pseudo-abusi.

Per quanto riguarda il sottogruppo degli abusi sessuali manifesti, si può asserire che vi appartengono tutte le attività sessuali che prevedono un contatto fisico (contact abuse) tra la vittima e l’aggressore, inoltre, vengono inclusi tutti i comportamenti sessuali, che coinvolgono terze persone (ad esempio i fratelli), fatti compiere o subire dal minore mediante costrizione.

Il secondo sottogruppo, relativo agli abusi sessuali mascherati, è caratterizzato dalle pratiche genitali inconsuete, quali ad esempio i frequenti lavaggi dei genitali, le ispezioni ripetute, l’applicazione di creme e preparati medicinali, e l’adozione di interventi medici per apparenti problemi urinari e genitali. Attraverso queste attività, il padre e/o la madre giustificano e mascherano i vari toccamenti e sfregamenti attraverso i quali si procurano un eccitamento sessuale fisico o fantastico, sessualizzando l’esperienza corporea che il figlio/a subisce. Proprio da queste pratiche inconsuete derivano alterazioni ormonali e comportamentali, modificazioni anatomiche e infezioni genito-urinarie e importanti disturbi della coscienza corporea (Marcia et al., 1989).

Il terzo sottogruppo, relativo agli pseudo-abusi, riguarda gli abusi dichiarati quando in realtà non sono stati consumati per:

1) convinzione errata, a volte delirante, che il figlio/a sia

stato abusato, dietro tali convinzioni c’è talvolta la

proiezione sul figlio di esperienze subite dal genitore

durante l’infanzia;

2) una consapevole accusa all’ipotetico autore di abuso

sessuale, finalizzato ad aggredirlo, screditarlo,

perseguirlo giudizialmente (queste accuse si ascoltano

frequentemente da madri o nonne contro i padri nel

corso delle separazioni);

3) una dichiarazione non rispondente alla verità del minore

per sovvertire una situazione familiare insostenibile (il

bambino tende ad adeguarsi alle accuse e alle discrezioni

di uno dei genitori, in quanto sostenendolo più potente

deve garantire l’appoggio);

4) abuso sessuale assistito: il bambino/a assiste all’abuso

che un genitore agisce su un fratello o una sorella,

oppure quando egli viene fatto assistere alle attività

sessuali dei genitori.

CARATTERISTICHE DELL’ABUSO SESSUALE

INFANTILE INTRAFAMILIARE:

LE VITTIME, GLI ADULTI ABUSANTI, I CONTESTI

2.1 Caratteristiche dell’abuso sessuale intrafamiliare

L’inquietante tema dell’abuso sessuale sui bambini è emerso con particolare attenzione in questi ultimi anni. Sempre più spesso, infatti, attualmente si assiste a notizie riguardanti violenze a danno dei minori. Quando si parla di abuso sessuale si pensa istintivamente ad azioni di violenza sessuale che vengono compiute a opera di estranei, perversi. E’ molto difficile ammettere che questo fenomeno possa presentarsi all’interno delle mura domestiche. La persona che viene a contatto con questa realtà ne rimane sconvolta, poiché trattasi di una condizione talmente lontana dalla comune percezione di normalità familiare da diventare una situazione con connotati di incredibilità. E’, quindi , spontaneo tentare di sfuggirvi mediante la negazione della scoperta o la minimizzazione dei fatti appresi.

La resistenza ad accettare la presenza dell’abuso all’interno della famiglia segnala quanto sia deviante dalla norma un comportamento di abuso sessuale intrafamiliare e di conseguenza dica anche quanto sia patologica la situazione relazionale incestuosa.

Purtroppo infatti la violenza sessuale intrafamiliare da parte di un genitore è la forma più frequente; non si tratta solo del cosiddetto incesto comunemente considerato di un padre su figlie femmine; è violenza frequente, la violenza perpetrata da padri e madri su figli maschi e su figlie femmine. E’ la forma di violenza più persuasiva e che viene meno denunciata; spesso scoperta per caso durante consulenze per altri motivi. E’ anche il tipo di violenza sessuale in cui c’è la maggiore incidenza di segnalazioni false o di manipolazione. In questi casi è di estrema importanza un rilevamento precoce del disagio e del conflitto familiare, perché l’esito inevitabile per i minori è l’evoluzione verso forme di psicosi o disturbi di personalità in adolescenza.

L’abuso sessuale sui bambini nella famiglia è un fenomeno relativamente nuovo per gli operatori dei servizi sociosanitari italiani. Altri paesi, come Stati Uniti, Canada, Inghilterra, Olanda si stanno dotando già da tempo di strumenti organizzativi, operativi e giuridici per meglio conoscere e trattare l’abuso sessuale.

In Italia negli ultimi dieci anni si è assistito ad una rapida crescita di consapevolezza in merito all’impressionante diffusione dell’abuso sessuale sui minori, ma i dati estremamente scarni che si possono ricavare dalle statistiche giudiziarie – poche centinaia di denunce l’anno – (ISTAT, 1987, 1988, 1989), non rendono una testimonianza attendibile della reale diffusione di tale fenomeno, solo nel 1999, 2000 e nel primo semestre del 2001 c’è stato un incremento del 20% di denunce per abuso sessuale. (ISTAT, luglio 2001). Se a questo aggiungiamo che spesso ci sono esperti che rilevano che i casi denunciati costituiscano dal 5 al 15% dei casi effettivi (Conseil d’Europe, 1984; Ventimiglia, 1986), si può capire come non sia facile avere una visione completa del problema. Negli ultimi cinque anni le cifre non sono state più aggiornate poiché diversi organismi non sono stati in grado di poter mettere in rete a livello nazionale la percentuale dei casi effettivi di abuso sessuale; basta scorrere alcuni documenti pubblicati dal Ministero degli Interni e da quello della Giustizia per capire la discrepanza tra denunce d’abuso dichiarate da un ministero e quelle relative alla dichiarazione dell’altro ministero.

Un adeguato sviluppo, anche in Italia, delle ricerche sull’incidenza dell’abuso sessuale nella popolazione normale, permette un’utile comparazione con quanto viene via via rivelato dalle indagini condotte in altri paesi. La letteratura specialistica straniera, in particolare quella anglosassone, è oggi ricca di dati allarmanti sulla diffusione di questo fenomeno nella famiglia moderna. Benché i risultati varino da ricerca a ricerca, l’abuso sessuale sui bambini si rivela un fatto tutt’altro che raro e ricerche compiute su larga scala forniscono i dati più interessanti sulla diffusione di tale fenomeno. Da una ricerca di Finkelhor (1979), per esempio, si evinceva che il 19% delle femmine e il 9% dei maschi su un campione di 796 studenti, aveva subito una qualche forma di violenza sessuale prima dei sedici anni di età. Sebbene fosse stata utilizzata una definizione alquanto ampia di abuso sessuale (includeva le proposte oscene e l’incontro con esibizionisti), il 15% delle donne intervistate risultò aver subito un abuso sessuale in senso stretto (contact abuse). Più tardi con una definizione analoga a quella di Finkelhor, Fromuth (1986) ottiene risultati assai simili: il 22% di 482 studenti risultò aver subito esperienze di abuso sessuale prima dei sedici anni. Percentuali molto superiori alle precedenti furono riscontrate da Goldmann e Goldmann (1988) i quali, in base ad una ricerca condotta su 991 studenti, riportavano che il 28% delle femmine e il 9% dei maschi avevano subito esperienze di abuso sessuale e solo nel 24% ad opera di estranei (Vassalli, 1989).

In particolare le ricerche sulla prevalenza di abuso sessuale intrafamiliare disegnano un quadro assai diverso. Secondo Malquist (1996) il 23% delle donne con più di tre gravidanze illegittime, sarebbero state, in passato, vittime di abuso sessuale in famiglia. Già nel rapporto di Kinsey (1953), il 6% delle donne riferì almeno un’esperienza sessuale con un parente maschio adulto, mentre l’1% con il padre. Anche la Goodwin (1982) ha rilevato, in base all’esame di 500 donne scelte tra la popolazione normale, che il 3 % di esse aveva avuto una esperienza di incesto e che l’1% era stato coinvolto in atti incestuosi con il padre naturale. A tal proposito si è rivelata interessante la ricerca della Russell (1986), la quale riportava che il 16% delle 930 donne da lei intervistate aveva riferito almeno un’esperienza di abuso sessuale di tipo incestuoso prima dei diciotto anni di età, di cui il 12% prima dei quattordici anni di età; inoltre il 4,6% del campione era costituito da casi di incesto padre-figlia. Indubbiamente le ricerche scientifiche degli ultimi decenni hanno avuto il merito di determinare un radicale cambiamento nella percezione del fenomeno, non solo tra gli specialisti (giuristi, medici, psicologi o assistenti sociali), ma anche nella popolazione generale. Un effetto immediatamente rilevabile della generale crescita di consapevolezza è costituito dall’incremento delle segnalazioni e delle richieste di aiuto che pervengono ai servizi di protezione all’infanzia. Ad esempio negli Stati Uniti, dal 1976 al 1979, i casi segnalati alla polizia o ai servizi sociali, sono aumentati del 71%, passando da circa 416.000 a oltre 700.000 (NCCAN, 1981). In generale i centri di trattamento specialistico sia negli Stati Uniti che in Europa sperimentano un aumento di richieste di presa in carico per tali problematiche. In Italia, sebbene manchino dati generali a riguardo, si può osservare, a titolo indicativo, che a Milano circa il 10% della casistica del Centro per il Bambino Maltrattato (CBM) e la cura della crisi familiare è costituito da casi di incesto. Le percentuali delle segnalazioni che giungono alle linee telefoniche per l’infanzia, (come il Telefono Azzurro), non si discostano molto da questa cifra (7,2% della casistica, secondo i dati forniti da Caffo, 1989). La maggior parte degli esperti ritiene che il sorprendente incremento progressivo dei dati sul fenomeno sia un prodotto esclusivo dell’accresciuta attenzione con cui esso oggi viene osservato e non rispecchi un’effettiva crescita delle sue reali dimensioni che, al contrario, sarebbero contenute dai progressi compiuti dalle società nell’ambito della cultura e dai servizi destinati alla protezione dell’infanzia. Russell (1986) e Curtois (1988) considerano, invece, che l’aumento dei casi di incesto sia correlato anche a fattori propri della società contemporanea come ad esempio la diffusione della pornografia minorile, la banalizzazione del sesso quale prodotto negativo della liberazione sessuale negli anni sessanta e settanta, l’incapacità di molti uomini di tollerare il confronto, anche sessuale, con le donne la cui posizione sociale si è molto rafforzata rispetto al passato ed inoltre l’attuale trasformazione della struttura familiare, che vede in grande aumento le convivenze, le separazioni e i nuovi matrimoni (Vassalli, 1989). Quest’ultima ipotesi trova un’interessante corrispondenza nelle ricerche sui fattori di rischio dell’incesto che collocano al primo posto le situazioni familiari caratterizzate dalla presenza di patrigni in luogo di padri naturali (Finkelhor, Baron, 1986; Gordon, 1989).

In realtà le dinamiche affettive e relazionali che caratterizzano tali nuclei familiari mostrano quanto sia difficile per molti esperti (psicologi, assistenti sociali, etc.) riuscire a reperire dati precisi relativi sia alla diffusione dell’abuso sessuale intrafamiliare che agli episodi di incesto padre-figlia.

2.1.2 L’escalation del comportamento abusante

L’abuso sessuale intrafamiliare può presentarsi con caratteristiche assai diverse. Tra gli specialisti è oggi condivisa l’opinione che i comportamenti incestuosi si sviluppano secondo un continuum che, partendo da manifestazioni di esibizione e di seduzione, evolve verso manifestazioni sempre più gravi fino al rapporto sessuale vero e proprio.(Rosenfeld, 1977; Summit. Kryso, 1978).

A tal proposito Sgroi, Blick e Porter (1982, pp. 10-12) descrivono dettagliatamente un arco di comportamenti tipici, che nel loro insieme costituiscono un modello di progressione frequentemente riscontrato nella pratica clinica. Dal nudismo, esibizionismo e voyeurismo l’adulto passa a baci sulla bocca, carezze intime reciproche, masturbazione reciproca , fellatio, cunnilingus, penetrazione digitale dell’ano o penetrazione rettale con oggetti come penne o matite, penetrazione digitale della vagina, fino al rapporto sessuale completo e alla sodomia. Dai racconti delle vittime sappiamo che l’eiaculazione può verificarsi in ogni momento del continuum.

Le ricerche condotte su ampia scala (Finckelhor, 1979, 1984; Russell, 1983; Wyatt, 1985) hanno mostrato come l’incesto possa variare notevolmente per ciò che riguarda la durata, la frequenza, l’uso o meno di violenza, l’età della vittima, l’identità e l’età dell’aggressore, il tipo di comportamenti sessuali, le loro progressioni nel tempo e il contesto sociofamiliare in cui si verifica.

Tra gli specialisti comincia ad essere largamente condivisa l’opinione che il comportamento incestuoso abbia un carattere compulsivo non dissimile da quello osservato in molte tossicomanie.

Come conseguenza di ciò fra gli psicoterapeuti impegnati nel trattamento di genitori incestuosi si sta diffondendo (in particolare, ma non solo, in Inghilterra e negli Stati uniti) un modello di intervento mutuato dal trattamento dei tossicodipendenti e degli alcolisti (Salter, 1988; Fawcett, 1989).

Infatti, le ricerche hanno dimostrato che la frequenza degli episodi incestuosi abbraccia un arco di possibilità che variano da un unico episodio nella vita della vittima a più episodi al giorno per anni e anni. Nel 43% dei casi di incesto studiati dalla Russell l’aggressione sessuale si era verificata una sola volta nella vita della vittima, nel 31% dei casi da due a cinque volte, nel 17% dei casi da sei a venti volte e nel 20 % dei casi oltre le venti volte.

Russell (1986) ha osservato che la durata media della relazione incestuosa abbraccia un periodo di quattro anni.

Nel 35% dei casi la durata è inferiore ai sei mesi, nel 31% dei casi varia da sei mesi a due anni, nel 28% è compresa tra i due e i dieci anni e nel 6% dei casi è superiore ai dieci anni.

Diversamente da quanto si pensa, l’uso della violenza o della forza da parte dell’aggressore sessuale non è frequente nei casi d’incesto (Vassalli, 1989).

Solo il 3% dei casi esaminati dall’Autrice era stato caratterizzato da percosse o aggressioni fisiche più gravi. Nel 68% dei casi non era coinvolta nessuna forma di violenza o coercizione fisica, nel 29% dei casi l’uso della forza era stata minima.

Come abbiamo visto nell’escalation del comportamento incestuoso è data per accertata una progressione da forme più leggere a forme più intrusive di abuso sessuale (Sgroi, 1982).

Attraverso la combinazione della qualità e della quantità dell’uso di minacce o di coercizione fisica con il tipo di atti sessuali perpetrati dall’aggressore, Russell (1986 p.99) costruisce una scala di gravità che, nella sua semplicità, presenta un certo interesse sul piano operativo.

Diciotto diversi gradi progressivi di gravità sono ordinati in tre categorie generali:

1.abuso sessuale meno grave (31% dei casi) comprende baci a carattere sessuale e toccamenti del corpo vestito, senza o con l’impiego di coercizione e minaccia.

2.abuso sessuale grave (41%dei casi) include gradi di gravità che vanno dal tentativo di toccare parti nude del corpo, senza o con l’uso della forza, fino alla penetrazione manuale della vagina attraverso l’uso della coercizione.

3.abuso sessuale molto grave (23% dei casi) include anche esso diversi gradi di gravità che vanno dal tentativo, senza o con l’uso della forza, di fellatio, cunnilingus, analingus, rapporto anale fino allo stupro vero e proprio.

La preadolescenza è il periodo a maggior rischio per ciò che riguarda l’abuso sessuale intrafamiliare, in contraddizione con gli stereotipi correnti che tendono ancora oggi a connettere l’aggressione al fascino esercitato dalla maturazione sessuale propria dell’adolescenza.

Tutte le ricerche in proposito collocano l’età d’inizio dell’incesto nella fascia tra gli otto e i dodici anni, senza significative differenze tra maschi e femmine (Mrazek, Kempe, 1981; Finkelhor, 1984, 1986; Wyatt, 1985).

Secondo i dati oggi a disposizione, le femmine risultano essere vittime d’incesto con una frequenza assai superiore a quella dei maschi (vi è una frequenza di vittime femminile del 71% rispetto a quelle maschili). (Finkelhor, Baron, 1986, p.62).

Gli autori che si sono occupati dello studio dei fattori di rischio nella genesi dei comportamenti incestuosi ritengono in generale assai secondaria l’influenza dei fattori sociali, culturali ed economici. (Finkelhor, Baron 1986).

Alcuni ricercatori, a partire da lavori che avevano per oggetto l’abuso sessuale sui minori in senso lato, ritengono che esso, pur se universalmente diffuso, abbia una maggiore probabilità di interessare situazioni familiari a basso reddito (Mrazek, 1981; Finkelhor, 1984). Queste ricerche però abbracciano sia l’abuso sessuale intrafamiliare che quello extrafamiliare. Si può allora ipotizzare che la possibilità di controllare e proteggere i bambini dagli assalti di estranei sia ridotta nelle famiglie a basso reddito, dove spesso gli adulti sono costretti a lunghe assenze da casa nelle ore diurne, non possono permettersi baby-sitter etc.

I risultati ottenuti dalla Russell esaminando solo casi di abuso sessuale intrafamiliare rovesciano il punto di vista tradizionale: il 56% delle vittime intervistate proviene da famiglie con un livello di reddito medio-superiore.

Anche l’appartenenza etnica, la provenienza geografica e l’origine rurale o metropolitana si sono dimostrati fattori irrilevanti ai fini della genesi dell’incesto. (Finkelhor, Baron, 1986; Russell, 1986; Curtois, 1988).

Per quanto riguarda i fattori familiari appare invece avere un peso importante la composizione del nucleo.

Russell (1986) ha osservato che il 17% delle donne cresciute dal patrigno nei primi quattordici anni della loro vita erano state vittime di un abuso sessuale da parte dello stesso patrigno, contro il 2% delle donne cresciute dal padre naturale.

I minori cresciuti da entrambi i genitori naturali o adottivi, appaiono invece meno esposti al rischio di abuso sessuale intrafamiliare. Per quanto riguarda lo sviluppo dell’incesto, Sgroi, Blick e Porte (1982, pp.12-37) hanno descritto il processo che, al di là delle singole differenze, accomuna i casi di incesto dal momento della loro insorgenza fino allo svelamento, distinguendo cinque fasi successive: la fase di adescamento della vittima, la fase dell’interazione sessuale, la fase del segreto, la fase dello svelamento e la fase della soppressione della verità successiva allo svelamento.

Nella fase dell’adescamento il genitore incestuoso ricerca attivamente le condizioni per mettere in atto la seduzione, costruisce un rapporto privilegiato con la vittima, e crea le circostanze che gli consentono un contatto con la stessa, al riparo dagli altri membri della famiglia. La posizione di potere e autorità nei confronti del minore costituisce di per sé un potente messaggio mediante il quale si trasmette alla figlia che una certa condotta è permessa e che “non è male”. I mezzi di convincimento variano da un approccio ludico e subdolo, accompagnato da regali o altro, fino alla violenza fisica, alle minacce e alla coercizione.

La fase dell’interazione sessuale è caratterizzata dall’escalation del coinvolgimento sessuale della vittima da forme meno intrusive di abuso a forme più intrusive, fino ai rapporti sessuali completi.

Con la fase del segreto il genitore vincola strettamente a sé la figlia costringendola in modo subdolo o esplicito all’omertà. Anche se in alcuni casi il segreto è imposto alla vittima con la minaccia di violenza, nella maggior parte delle situazioni il genitore ricorre a forme di pressione meno dirette, forse ancora più efficaci, per esempio facendo riferimento alle reazioni negative dell’altro genitore, al pericolo di una separazione, o di una incarcerazione etc. Alcune vittime mantengono il segreto non a causa dei ricatti, ma perché ricavano un intenso piacere dall’esperienza o per non perdere la relazione privilegiata ed esclusiva che hanno con il padre (Vizard, 1988). Questo, sembra essere il caso dei minori che hanno sperimentato una relazione emotiva fortemente frustrante o insoddisfacente con la madre, prima dell’insorgere dell’abuso.

Con la fase dello svelamento del segreto l’abuso sessuale appare all’esterno della coppia incestuosa e della famiglia, in modo accidentale o in seguito alla rivelazione della stessa vittima. La famiglia reagisce allo svelamento dell’incesto con intensa angoscia e allarme. I fratelli e la madre vivono drammaticamente il conflitto tra il legame che hanno con il familiare che ha commesso l’abuso e l’affetto che li unisce alla vittima. Il genitore incestuoso, nella maggior parte dei casi, nega con energia e reagisce aggressivamente nei confronti della vittima e di quanti le prestano fede o ne prendono le difese. Anche se molte madri reagiscono con orrore schierandosi a protezione della figlia, è tutt’altro che raro imbattersi in situazioni in cui la madre affianca il padre nella negazione dell’incesto o ne attribuisce la responsabilità alla vittima. Alcune madri possono essere già da tempo al corrente dell’abuso sessuale e averlo tollerato o perfino incoraggiato. Anche i fratelli possono reagire in modi differenti, che vanno dal rifiuto di credere che l’incesto sia veramente accaduto, all’aggressione nei confronti della vittima, a sentimenti di invidia per quella che viene immaginata essere una condizione privilegiata, fino al ritiro e alla chiusura in se stessi o all’aperto sostegno alla sorella. In ogni caso la fase dello svelamento è sempre seguita dal tentativo di tutti o di alcuni membri della famiglia di “sopprimere” la verità dell’incesto, o almeno di minimizzare la portata o la gravità. In questa fase la vittima è oggetto di forti pressioni affinché ritratti, ed è colpevolizzata per le conseguenze negative dello svelamento, quali il discredito sociale che colpisce la famiglia, l’imputazione penale e l’incarcerazione del padre, nonché le difficoltà economiche che ne possono seguire. Quando le vittime non sono adeguatamente aiutate e sostenute spesso cedono ai ricatti e alle pressioni dei familiari e finiscono per ritrattare.

2.2 Caratteristiche della vittima

Quando si pensa all’incesto, sia pure con riprovazione, si è facilmente portati a immaginare una coppia di padre e figlia, a ipotizzare che l’uomo abbia, per così dire, “perso la testa” per un’adolescente bella, irresistibilmente giovane, inconsapevolmente seducente. Non riusciamo neppure ad immaginare che un uomo apparentemente “normale”, un padre di famiglia persino affettuoso, possa appagare le sue fantasie sessuali con una bambina o un bambino di pochi anni di vita: il proprio figlio. Le ricerche nazionali ed internazionali confermano invece, che anche i bambini più piccoli subiscono abusi sessuali. Secondo i dati forniti nel 1996 dal Telefono Azzurro, i bambini che hanno subito una violenza sessuale in famiglia hanno da o a 5 anni nel 13% dei casi, da 6 a 10 anni per il 24% dei casi, da 11 a 14 anni per il 33,3% e da 15 ai 18 anni nel restante 29,7%. Secondo le stime di Malacrea (1989) neuropsichiatria del CBM di Milano, i minori abusati per il 50% hanno dai due agli otto anni; similmente Tortolani (1989, p.69) psicologa dell’ospedale “Bambin Gesù” di Roma sostiene che “gli incesti che si scoprono più frequentemente riguardano i bambini della fascia d’età che va dalle scuole elementari fino alle medie”. Questi dati vengono confermati anche da Furniss (1983), il quale ha evidenziato che l’abuso sessuale intrafamiliare coinvolge spesso minori dai sei agli otto anni dei quali una discreta percentuale è costituita da maschi. A tal proposito basta leggere la cronaca dei nostri giornali per rendersi conto che gli incesti omosessuali esistono, l’aumento dei quali viene confermato tra l’altro dai dati del Telefono Azzurro (1999) le cui richieste riguardano i maschi abusati per il 19,5% contro l’80% delle femmine.

Queste ultime risultano comunque essere vittime di incesto con una frequenza assai superiore a quella dei maschi (Finkelhor et al., 1986). Il National Incidence Study of Child Abuse and Neglect (NCCAN, 1981) fornisce un rapporto di 1 a 5 tra vittime di sesso maschile e femminile. In Italia le ricerche epidemiologiche risultano ancora molto scarse; tuttavia i pochi dati disponibili confermano l’assoluta preponderanza delle vittime di sesso femminile (Ventimiglia, 1986).

Da un punto di vista emotivo la vittima può mostrare:

PAURA

-dell’abusante (che tende a decrescere quando il genitore è assente),

-di causare disturbo o di causare la carcerazione del genitore e la rottura della famiglia,

-di perdere l’adulto importante per lui, o d’essere portato via di casa,

-d’essere diverso

RABBIA

-verso l’abusante

-verso l’adulto percepito come poco protettivo

-verso se stesso per sentirsi co-responsabile

ISOLAMENTO

-sentimenti di solitudine e impotenza; pensa che c’è qualcosa di sbagliato in lui

TRISTEZZA

-sente che qualcosa gli è stato portato via o d’aver perduto parte di se stesso

-sente di essere cresciuto troppo in fretta

-sente d’essere stato tradito da qualcuno in cui credeva

COLPA

-per non aver saputo fermare l’abuso o per aver acconsentito all’abuso

-per aver parlato (se denunciano l’accaduto)

-per aver taciuto (se restano nel silenzio)

VERGOGNA

-per essere stato coinvolto nell’esperienza

-per la risposta del proprio corpo all’abuso (eccitamento)

CONFUSIONE

-perché, specie negli abusi intrafamiliari, possono amare ancora l’abusante

-perché i loro sentimenti possono modificarsi in continuazione

Nei colloqui con minori vittime di presunti abusi intrafamiliari il ricordo e la narrazione degli eventi traumatici costituiscono il momento della coscienza-conoscenza, un episodio di estrema dinamicità in cui i bambini, in particolare quelli di età prescolare, perché raccontano e mentre raccontano, mettono a fuoco e organizzano i dati d’una esperienza che poteva rimanere a lungo confusa e frammentaria e che perviene, invece, ad una forma definita. Tali ricordi sono caratterizzati da emozioni dolorose, angoscia, vergogna, estrema sofferenza, confusione cognitiva, e disordine psichico.Tali racconti rappresentano, dunque momenti difficili, carichi di elementi complessi che vanno dal rapporto con la persona che si rivela colpevole d’abuso alla presa di coscienza di essere stati traditi nella fiducia primaria e nella fonte degli affetti, dal senso di colpa alla vergogna collegata alla “scoperta” e alla denuncia. Proprio il costituirsi della forma del narrato è un elemento decisivo e necessario nella valutazione della credibilità di quanto esposto e, inoltre nella rielaborazione di un eventuale trauma sessuale. Le graduali elaborazioni del ricordo e del narrato rappresentano comunque i dati certi del vissuto psichico e accompagnano la vittima per tutte le sequenze successive del costituirsi della maturazione adulta.

L’esperienza clinica dimostra che i bambini fino ai sette-otto anni narrano soltanto in modo molto vago e assai confuso la dinamica degli atti di un abuso sessuale su di loro perpetrato, mentre descrivono minuziosamente particolari relativi al corpo o all’abbigliamento dell’abusante, ai mobili o agli oggetti circostanti o anche una canzone o a un semplice rumore che si udiva in lontananza.

Quando ci troviamo dinanzi bambini di circa 5 anni possiamo assistere al cosiddetto fenomeno della “sovraestensione del significato” ovvero della indebita generalizzazione e trasferibilità nell’uso delle parole. A cinque anni un dito è un dito, ma può accadere che il ricordo di un trauma pregresso chiami “dito” ciò che come tale si sia detto due o tre anni prima e che in realtà poteva essere il genitale maschile. In letteratura il caso è riportato da Terr, il quale riferisce d’una bambina di cinque anni che chiamava “dito” il pene in erezione mentre descriveva un’esperienza risalente a qualche anno prima. Alla sua età, infatti, il discorso egocentrico interiore precede sempre la capacità di esprimersi con gli altri e una “deposizione testimoniale” di un evento rappresenta solo il prodotto finale ed osservabile di un lungo procedimento intrapsichico ( il narrare a se stesso). La verbalizzazione dei contenuti emozionali nei colloqui è fattore essenziale di decodifica di un reale abuso. Da un lato è ben vero che i minori pur essendo in grado di sperimentare l’ambivalenza affettiva non riescono poi a concettualizzarla e ad esprimerla verbalmente, ma dall’altro, a cinque anni o sei anni o sette anni un bambino/a è ben capace d’esprimere emozioni negative collegate ad un trauma e ad una sofferenza.

Sul piano delle relazioni interne, l’abuso è, per chi ne è vittima, anzitutto una violenta esperienza di intrusione che ha l’effetto di distruggere o sovvertire i contenuti del mondo interno nel quale viene a forza immessa. Al bambino, alla bambina, vengono così imposti comportamenti sessuali il cui raggiungimento avrebbe richiesto, in condizioni normali, una ben più lunga maturazione, e che ora non possono essere in alcun modo provvisti di contenimento da parte del bambino, non solo perché essi non sono adatti al suo stato di maturazione mentale e fisica, ma perché non vi è nessun adulto che in tali circostanze, possa partecipare alla condivisione di tali traumatiche esperienze.

Il bambino abusato è, per definizione, solo, almeno per un certo tratto della sua esperienza. Per questo motivo, non potendo egli tollerare quanto sta sperimentando, non potrà che mettere in atto meccanismi di scissione dell’apparato mentale, per poter sopravvivere. Al bambino, alla bambina, viene in tal modo impedito il normale svolgersi del conflitto edipico, attraverso l’introduzione forzata di fantasie e di esperienze che ne fanno drammaticamente precipitare il decorso e che ne impediscono la risoluzione, spesso per sempre. Ciò accade soprattutto ma non soltanto, quando l’abusante è un genitore o un parente stretto. L’abuso sessuale ha in comune con altre esperienze di maltrattamento, la caratteristica di essere, prima di tutto, un abuso psicologico.

Per aiutarmi a comprendere in che cosa consiste posso fare riferimento al modello bioniano di “funzione alfa” . Come è noto, Bion propone di pensare allo sviluppo della mente del neonato come al prodotto dell’interazione con la mente materna che viene ad assumere un ruolo di “contenitore”, rispetto ai contenuti mentali che non vengono tollerati dal bambino. Tali contenuti, che Bion chiama “elementi beta” vengono espulsi attraverso il meccanismo di difesa denominato “identificazione proiettiva” perché intollerabili, e sono intollerabili perché sprovvisti di significato.

Si pensi ad esempio ad un neonato che sperimenti uno stimolo percettivo spiacevole: un dolore che proviene dall’interno del corpo, un rumore troppo forte, un cambiamento di temperatura troppo repentino: ciò che per un adulto va ricondotto immediatamente ad un complesso sistema di significati tali da consentirgli un’altrettanto rapida anche se parziale interpretazione di quanto sta accadendo, necessita per il bambino di una pronta significazione. Uno sguardo tranquillo, un sorriso, un tono di voce adeguato, comunicano al bambino in primo luogo che la madre “sa” (cioè ha preso dentro di lei) quanto sta accadendo, e in secondo luogo che ne tiene sotto controllo gli effetti. Ciò che prima era dentro il bambino ed era angosciante, ora è dentro la madre ed ha un’”etichetta” di “non pericoloso”. Questa percezione da parte del bambino consente una riassunzione dentro di sé dell’esperienza prima espulsa, che ora è diventata tollerabile.

Il tipo di patologia del legame adulto- bambino che caratterizza le violenze psicologiche che sono alla base dei maltrattamenti e degli abusi sessuali, è costituito, da un’inversione del flusso delle proiezioni nelle quali l’adulto(spesso un genitore) usa la mente del bambino come ricettacolo delle proprie proiezioni, creando una sorta di scompaginamento che spesso viene malamente arginato da fenomeni di scissione. Tali meccanismi difensivi sono all’origine dei disturbi di personalità (Disturbi da Personalità Multipla secondo il DSM III-R, Disturbo Dissociativo di Identità secondo il più recente DSM IV) unanimemente riconosciuti dai ricercatori come presenti in altissima percentuale sia tra le vittime di abuso sia tra gli abusanti che sono stati spesso a loro volta abusati. I contenuti mentali dell’adulto in tal modo proiettati nella mente del bambino possono avere differenti percorsi evolutivi, ma hanno in comune la caratteristica di non andare incontro a metabolizzazione mentale, non vengono cioè “digeriti” dall’apparato mentale, ma vengono trattenuti come “corpi estranei”. Per un bambino il destino di un’esperienza incestuosa è quello di non essere digerita, assimilata, ma di rimanere incapsulata al suo interno come una spinta irritativa che non se ne andrà, fintantoché uno psicoterapeuta non si assumerà il compito di ripercorrere con il bambino un lungo tratto di maturazione emotiva, per far sì che là dove era un genitore interno parassitario e distruttore, possa installarsi in sua vece un oggetto materno comprensivo e rispettoso.

Le recenti ricerche di Steven Ceci riferiscono che, in particolare, i bambini d’età compresa tra i cinque e i sei anni sono i più disponibili ad accettare e introiettare pseudoricordi . Noi sappiamo dagli studi su quella che si è chiamata “sindrome del falso ricordo” che un membro anziano della famiglia può manipolare la memoria di un parente più giovane e, più facilmente ancora, di un minore.

2.3 Gli adulti abusanti

2.3.1 Determinanti biologiche

Ci sono due principali standard per questa ricerca. Il primo considera il funzionamento anomalo di alcuni ormoni sessuali, quali il testosterone e l’LH, come la causa della vulnerabilità di alcuni soggetti nei confronti di fattori sociali. La seconda area della ricerca è stata focalizzata su disordini cerebrali di natura organica e/o sull’azione di sostanze tossiche che potrebbero, in egual misura, portare alla disinibizione e cambiare il comportamento sociale e sessuale.

2.3.2-Determinanti psicologiche

Groff (1983) ha identificato 6 principali “deficit della personalità” (sensazione di essere fuori posto, basso livello di autostima; continuo senso di vulnerabilità e abbandono; impedimento delle relazioni sociali; stato d’animo depresso; mancanza di controllo delle aggressioni; e, infine, una forte identità maschile).

Bisogna considerare tali caratteristiche della personalità alla luce del fatto che più volte è stato riscontrato che gli stessi abusanti, da bambini, sono stati vittime di aggressioni sessuali e, inoltre, che spesso ci sono casi di incesto nelle famiglie di padri e madri incestuosi. Ciò sta a sottolineare l’enorme differenza fra incesto e pedofilia. CSA (child sexual abuse), come molte perversioni sessuali, è un comportamento persistente e nessun condizionamento può realmente far diminuire le aggressioni. Si sostiene che le fantasie riguardanti aggressioni sessuali verso i minori, durante la masturbazione, siano di una certa importanza per l’attivazione del comportamento deviante. Da una prospettiva psicodinamica si suggerisce che forti meccanismi psicologici, come il diniego o spaccature psichiche, possono contribuire alla persistenza di comportamenti anormali. Inoltre, parte dei teorici psicodinamici suppone un’erotizzazione delle parti del corpo che sono state coinvolte nelle esperienze di abuso; col tempo nasce l’esigenza di integrare quest’immagine con quella del corpo adulto. Sono stati fatti dei paralleli con altri abusi sul corpo, come il continuo essere ubriachi, che generano un’ansia di condurre un’esistenza senza limiti, come se questi fossero dei modi di fare che consentirebbero ad un abusante di mantenere una certa coerenza nel modo di vivere e nella sua identità.

Quindi, nella pubertà, la vittima dell’abuso potrebbe avere serie difficoltà nell’abbandonare i legami dell’infanzia e le fantasie incestuose.

L’atto di pedofilia, in psicologia psicodinamica, è ricondotto all’agire di forze inconsce. Come per tutte le altre perversioni, il comportamento che si osserva sarebbe il risultato di una particolare combinazione di forze inconsce nella mente dell’individuo. A livello individuale l’atto potrebbe essere guidato da particolari ansie e conflitti. Gli atti di pedofilia e di abuso sui minori potrebbero funzionare da meccanismi di difesa, risollevando momentaneamente il soggetto dalle proprie paure.

Queste paure e ansie possono essere generate da due tipi di cause: esperienze traumatiche nell’infanzia, probabilmente nei primi due anni di vita, incluso l’essere stati vittima di abusi sessuali oppure forti crisi nello sviluppo e nella pubertà, con conseguente disagio e instabilità nelle relazioni.

2.3.3-Fattori familiari e del sistema

Le prime teorie sugli abusi sessuali sono focalizzate su deficit chiaramente osservabili nella struttura delle relazioni familiari. Ciò è molto più evidente nel caso di rottura del normale tabù dell’incesto ma si può estendere a comportamenti anomali da parte di alcuni membri della famiglia. Successivamente compaiono modelli basati sullo stress che controlla il sistema e causa problemi di irretimento e di svincolamento e confini di integrazione.

I dati sull’identità dell’aggressore e il tipo di parentela che lo unisce con la vittima possono variare di molto da ricerca a ricerca.

Herman (1981) dalla comparazione di cinque studi condotti a partire dal 1955, ricava che i casi di incesto genitori-figli costituiscono la maggioranza assoluta, con una variazione dal 69% al 95% a seconda degli studi. Secondo altri autori, gli aggressori sarebbero nel 15% dei casi padri naturali o adottivi, nel 14% i patrigni o i conviventi della madre e nel 16% altri membri della famiglia (nonni, zii,fratelli) (Conte, Berliner, 1981). La Hermann (1988), inoltre, afferma che i casi d’incesto padre- figlia costituirebbero il 94% di quelli tra genitori e figli.

In una ricerca Ventimiglia (1986) rileva che il 98% degli autori di abusi sessuali è di sesso maschile; nel 63 % dei casi si tratta del padre, nel 6% del patrigno o del convivente della madre e nel 9% degli zii. Sempre Ventimiglia (1989), in un’indagine più recente su minori vittime di violenza, rileva che nell’80% dei casi di abuso sessuale l’autore dell’incesto è il padre naturale e nel 20% un altro parente adulto di sesso maschile o il convivente della madre.

In generale la percentuale degli aggressori di sesso femminile appare piuttosto limitata e oscilla dal 5% dei casi, qualora le vittime siano femmine, al 20% nel caso esse siano di sesso maschile. (Russell, 1986).

Gli adulti che commettono incesto possono avere un’età anche molto superiore a quella della vittima; nei casi studiati dall’Autrice (1986) il 16% degli aggressori era maggiore di quarant’anni rispetto alla vittima, nel 39% dei casi era di età compresa tra i venti e i trentanove anni e nel 39% dei casi dai cinque ai diciannove anni.

Solo una piccola parte degli adulti che commettono incesto presentano disturbi mentali evidenti. (MacDonald, 1981; Caffo, 1986b). Ciò nonostante la letteratura riporta una grande varietà di disturbi mentali osservati nei pazienti nell’ambito di programmi di trattamento di adulti incestuosi, con un arco che va dai lievi disordini della personalità fino alla psicosi. Tra i disturbi mentali che vengono più direttamente connessi al comportamento incestuoso ricorrono la pedofilia, la sociopatia, le personalità immature e paranoici, i disordini narcisistici e borderline (Salter, 1988).

Dal punto di vista psicopatologico, alcuni autori (Groth, 1978, 1982) distinguono gli adulti che abusano sessualmente dei figli a seconda che il comportamento incestuoso sia il prodotto di una regressione o di una fissazione dello sviluppo psicosessuale.

Gli aggressori regrediti sarebbero adulti che conducono una normale vita eterosessuale con partner adulti, ma che in particolari circostanze di stress ricercherebbero gratificazioni sessuali nel rapporto con minorenni.

Gli aggressori fissati sarebbero, diversamente, i pedofili veri e propri. Questi adulti anche se sposati o con partner sessuali coetanei, ricercano però permanentemente e preferibilmente il soddisfacimento sessuale nel contatto con i bambini. Questo secondo gruppo presenta probabilmente la frequenza più alta di recidive.

Uno degli stereotipi ancora molto presenti nella nostra cultura prevede che la famiglia incestuosa sia povera, marginale ed impregnata di una cultura contadina. Ciò non risponde esattamente alla realtà, anche se questo emerge dalla lettura della cronaca o dall’osservazione delle statistiche giudiziarie. Il padre incestuoso si ritrova in tutte le classi sociali anche se nella maggior parte dei casi solo nelle famiglie delle classi subalterne si arriva ad una denuncia giudiziaria, mentre nelle classi più elevate ci si rivolge ad uno specialista privato (Carter, 1984). Anche la provenienza geografica, l’appartenenza etnica e l’origine rurale o metropolitana si sono dimostrati fattori irrilevanti ai fini della genesi dell’incesto (Finkelhor et al., 1986; Courtois, 1988; Tripodi, Simonelli, 1996). Per offrire un quadro maggiormente descrittivo, la Merzagora (1990) ha distinto quattro tipologie di padri abusanti: “il padre psicopatico”, !il padre-padrone”, “il padre razionalizzante” e “il padre endogamico”.

Con “padre psicopatico” ci si riferisce sostanzialmente a quei padri in cui, più che precise malattie psichiatriche, si evidenziano particolari tratti di personalità devianti nelle quali gli elementi culturali e del carattere interagiscono a creare un comportamento fortemente inadeguato. Il contemporaneo verificarsi dell’incesto e di altre forme di maltrattamento è una caratteristica ricorrente e ciò è stato riscontrato sia nei “padri psicopatici” reperiti nel corso delle ricerche (Merzagora, 1990) che in quelli descritti in letteratura (Weinberg, 1955; Justice e Justice, 1979). Ciò che accomuna tali soggetti è la loro scarsa capacità di essere sottoposti ad un trattamento psicologico, nei soggetti per i quali viene formulata una diagnosi di psicopatia. Così come nel caso precedente, anche il “padre padrone”è caratterizzato da fattori non tanto patogeni o sociali, quanto culturali. Nei casi osservati questi uomini commettono l’incesto perché convinti della disponibilità sessuale dei propri figli e della propria famiglia in quanto tale disponibilità è a loro “dovuta”; sono padri che interpretano i rapporti familiari in termini di assoluto dominio e di proprietà. Il tipo in questione è ampiamente descritto in letteratura: “così dispotici e tiranni” sono definiti il 40% dei padri incestuosi studiati da Szabò (1968); “rudi e autoritari” per Lutier (1961).

Summit e Kryso (1978, p.280), invece, si esprimono in questi termini: “Questi uomini si collocano quali imperatori nel loro dominio domestico. La grandiosità domestica sembra compensare un livello di realizzazione altrimenti mediocre.” Un altro tipo di padre incestuoso al quale non vengono riconosciuti problemi psichiatrici, ma solo peculiari caratteristiche di personalità è quello che Weinberg (1955) chiamava “padre endogamico”. La caratteristica preminente di tali soggetti è la tendenza a limitare i contatti sociali e sessuali della famiglia; il padre cioè è incapace di crearsi legami all’esterno della famiglia, anche quando i rapporti con l’interno, per esempio una cattiva intesa sessuale con la moglie, non lo soddisfano. Il “padre endogamico” è molto spesso descritto in letteratura, anche se in modi differenti: Justice e Justice (1979) parlano di “padre introverso”, riferendo la situazione in cui i componenti della famiglia rimangono all’interno delle pareti domestiche, virtualmente impermeabili ad ogni contatto esterno; il padre esce solo per recarsi al lavoro e non certo per intraprendere relazioni extraconiugali, che considera “peccato”. Per quanto riguarda invece il “padre razionalizzatore”, più che di una tipologia si tratta di un meccanismo a cui ricorrono spesso i padri incestuosi per giustificare il loro comportamento. In alcuni casi secondo la Malacrea (1989) l’incesto era giustificato dal padre come una verifica sui generis della verginità della figlia; in altri casi la razionalizzazione fornita era che l’incesto sarebbe servito per “addrizzare il sesso della figlia” (Merzagora, 1990).

In realtà, attraverso il riconoscimento di queste tipologie, possiamo capire qualcosa in più della personalità del padre incestuoso, che, pur non essendo un pedofilo, riesce a provare piacere nell’unirsi ad un minore. Se per perversione si intende qualunque azione che neghi ogni differenza (anche quella di sesso e generazione), allora possiamo dire che la caratteristica degli abusanti è quella di essere dei perversi, perché confondono posti, ruoli, senza alcun rispetto dell’età delle vittime o dei particolari legami d’amore e protezione che a loro dovrebbero legarli, fino a sovrapporre il proprio desiderio a quello dell’altro (Scardaccione, 1992). Secondo molti studiosi, da un punto di vista psicologico, il padre abusante, anche quando esercita un ruolo autoritario e dispotico in famiglia, è un uomo immaturo, incapace di assumersi reali responsabilità e spesso ha vincoli molto forti con la famiglia d’origine più che con la propria. Di fronte ad un conflitto coniugale egli può sostituire la moglie con la propria figlia, restando totalmente indifferente ai suoi bisogni infantili. Il padre incestuoso, dunque, per fare della figlia la sua partner sessuale deve dissolvere e negare qualsiasi confine generazionale, fino a trasformarla in un’adulta e sostituirla con la moglie. I mezzi che gli adulti utilizzano per sottometter i minori sono il potere e la violenza. In tedesco violenza e potere si possono tradurre con lo stesso termine: “gewalt”. Ed è della gewalt che si servono gli abusanti per trattenere le vittime al lo dominio assoluto. Godono della trasgressione al più temibile dei tabù, della segretezza dei loro atti, della sottomissione e della subalternità delle loro giovani vittime.

2.4 Dinamiche familiari tipiche dell’incesto

Gli studi più recenti delle famiglie incestuose hanno abbandonato la precedente ottica epidemiologica descrittiva (nella quale venivano presi in esame principalmente i due “protagonisti” dell’evento incestuoso e cioè il padre, percepito come persona sessualmente deviante e la figlia, vittima passiva) e hanno rivolto il loro interesse verso una prospettiva relazionale all’interno della quale vengono valutate le caratteristiche personali di tutti i componenti del nucleo familiare e le dinamiche interne ad esso connesse. In tale ottica assume valore la madre che può, per caratteristiche personali e per il tipo di relazioni affettive da lei messe in atto, favorire l’evento incestuoso (Hermann, 1981). A tal proposito Furniss (1983), esaminando la struttura familiare e le modalità relazionali presenti nelle famiglie incestuose, ha rilevato che accanto a padri immaturi e dipendenti vi è la presenza di madri che rifiutano il marito e sono incapaci di avere scambi affettivi validi con le proprie figlie, essendo esse stesse deprivate emotivamente, convogliando, quindi, le attenzioni dello stesso verso le proprie figlie. Si sono esaminati non solo i ruoli genitoriali propri della madre o del padre abusante (che vedremo più avanti), ma le dinamiche familiari, che sono alla base dell’evento incestuoso, secondo due tipologie molto speculari tra loro. Una prima tipologia è costituita da famiglie nella cui struttura i ruoli familiari della famiglia patriarcale tradizionale sono portati all’estremo. Il padre viene descritto come la figura dominante, che governa moglie e figli in modo autoritario e spesso violento. La madre è passiva, sottomessa, spesso costretta ai margini della vita familiare da una malattia fisica o da disturbi psicologici più o meno gravi (Hermann, 1983). Una seconda tipologia descrive invece una coppia parentale caratterizzata da una madre attiva, aggressiva, molto impegnata, sicura di sé, spesso assente per lavoro e, di contro, un padre passivo, immaturo, timoroso, subordinato e dipendente dalla moglie come da una figura materna (Furniss, 1983). La caratteristica comune di queste due tipologie è che uno dei due genitori, a causa della sua dipendenza, sembra appartenere più al sottosistema dei figli che al sottosistema parentale. Le barriere generazionali che separano i due sottosistemi sono rese fragili e instabili dallo squilibrio presente nella coppia dei genitori e i figli sono facilmente coinvolti nel rapporto di coppia con funzioni sostitutive. Nel primo tipo di famiglia, una figlia subentra al posto della madre, passiva e inadeguata nell’assolvere alle mansioni domestiche e la cura dei fratelli. L’abuso sessuale si innesca allora nel processo di “parentificazione” progressiva della vittima. Nel secondo tipo di famiglia, invece, il padre è reso, dalla sua dipendenza e passività, più vicino ai figli che alla moglie ed è nell’ambito di una confidenza quasi fraterna che si innesca l’abuso sessuale. Spesso in questo caso, l’abuso è l’esito di una progressiva assunzione da parte della figlia del ruolo di una confidente o consolatrice di un padre percepito come deluso, depresso, incompreso dalla madre sempre impegnata e assente. Tuttavia non bisogna credere che l’insorgenza dell’incesto si accompagni necessariamente ad un esaurimento della relazione sessuale tra genitori. La letteratura riferisce che è abbastanza frequente la situazione in cui l’incesto convive con una vita sessuale attiva all’interno della coppia genitoriale (Curtois et al., 1988).

Naturalmente la tipologia fin qui descritta conserva la sua utilità fintanto che non è adottata in modo schematico o riduzionistico. Ogni vicenda di incesto è naturalmente un caso a sé, e nessun modello di dinamiche familiari né alcun disturbo della personalità dei singoli possono essere considerati di per sé causa dell’incesto. L’incesto deve essere piuttosto considerato il risultato di una serie complessa di fattori concorrenti la cui conoscenza piena è oggi ancora lontana (Meiselman, 1978; De Chesnay et al., 1988). Se è certo che l’incesto è il sintomo di disfunzioni familiari, è anche vero che questa connessione non necessariamente appare subito evidente all’osservatore. Nel caso di famiglie caotiche, l’evidente promiscuità, la confusione dei ruoli, la povertà e l’emarginazione sociale, l’illegalità, la trascuratezza o il maltrattamento dei figli, le violenze nella coppia, consentono di ricondurre immediatamente l’incesto alle gravissime e croniche disfunzioni familiari. Più difficile, invece, appare la situazione delle famiglie che, osservate dall’esterno, mostrano un’apparenza normale, dietro la quale celano accuratamente e attivamente squilibri e conflittualità anche molto intensi, che solo lo svelamento dell’incesto può rendere evidenti (Kempe, Kempe, 1980). Inoltre queste famiglie sono anche quelle che resistono con maggiore determinazione ed efficacia all’intervento, dove la negazione è più forte, e più frequente la ritrattazione da parte della vittima (Curtois, 1988). Tuttavia si può sostenere che all’origine di qualunque abuso, c’è una coppia fallita. Una tesi condivisa dalla maggior parte degli studiosi di questo fenomeno, i quali ritengono l’incesto un potentissimo regolatore dei conflitti della coppia. Un abuso che, per quanto sia il “più sovversivo” atto della relazione fondamentale di accadimento da parte di un adulto verso un minore da lui dipendente e che dovrebbe proteggere, è anche capace di fornire un nuovo equilibrio alle patologie della famiglia nel quale esso avviene (Rich, 1977; AA.VV., 1986).

Consideriamo i cosiddetti “giochi familiari” tipici rilevabili nelle famiglie incestuose (Cirillo et al., 1990). Se si esamina con attenzione la ricostruzione “del gioco familiare” e del ruolo in esso contenuto da ciascun componente della famiglia, vittima inclusa, si può giungere alla consapevolezza che l’incesto ha delle prodromi riconoscibili (Merzagora, 1990). Va precisato, tuttavia, che con questo esame si vuole negare che esistano realmente casi di abuso sessuale in cui le vittime non hanno potuto sviluppare il benché minimo comportamento attivo, bensì esse hanno rappresentato la parte di puri oggetti, come ad esempio, quando la “vittimizzazione” avviene in età precocissima o nel contesto di esplosioni di violenza totalmente imprevedibili. Viceversa, per la grande maggioranza dei casi si realizza quella lenta costruzione comune, in cui ciascuno è indotto a rappresentare un ruolo propriamente attivo (Hermann, 1981).

Possiamo notare che all’interno delle famiglie incestuose il ruolo della figlia è particolarmente vario. A tal proposito si parla ad esempio di diverse tipologie di figlia: la “figlia impietosita”, la “figlia affascinata”, la “figlia conciliatrice”, la “figlia traditrice” (Cirillo et al., 1990).

La famiglia della “figlia impietosita” è riconoscibile per un palese conflitto coniugale nel quale, prima dell’incesto, agli occhi di un osservatore attento e partecipe (come la figlia) il padre può apparire vittima della moglie. Ciò avviene, da un lato, per soprusi grossolani che la moglie compie nei confronti del marito (trascurando la casa, non staccandosi dai propri genitori, etc.), dall’altro attraverso l’esibizione che il marito fa delle sue disgrazie (orfano, malato, infelice, depresso, suicidario). Le modalità con cui i due coniugi alimentano il reciproco conflitto sono tipiche: la moglie appare ottusamente provocatoria; il marito se ne lamenta evidenziando una superiorità intellettuale o morale su di lei. La figura della figlia entra attivamente in tale conflitto schierandosi con il padre, che le appare ingiustamente sacrificato, a volte aureolato di romanticismo, altre volte semplicemente ispiratore di pietà. La reciproca provocazione tra i due coniugi investe ovviamente anche l’area sessuale, con la tipica configurazione della moglie che radicalizza il proprio rifiuto e del marito che amplifica le proprie richieste. In tale relazione coniugale la seduzione del padre verso la figlia, anziché assumere la semplice forma consolatoria frequente in altre famiglie segnate dal conflitto coniugale, si colora di erotismo come vendetta al rifiuto sessuale della moglie.

Relativamente alla “figlia affascinante”, il conflitto coniugale all’interno della famiglia è tutt’altro che appariscente. Il marito appare alla figlia genericamente insoddisfatto della moglie, dal momento che non lo provoca apertamente e mostrandosi debole, attua atteggiamenti di ritiro e di rinuncia nei confronti della stessa. Questo conduce la moglie a cedere precocemente la figlia alle cure del marito, rifuggendo dalla competizione con lui anche nei compiti parentali. La ragazza cresce così come la vera partner del padre, che si atteggia con lei come un coetaneo, che può realizzarsi solo in sua compagnia e non assieme alla moglie, insoddisfacente. La ragazza d’altronde, oltre a condividere l’opinione del padre sulla madre in quanto moglie, non ha un rapporto diretto con lei, che fin dalla più tenera età l’ha lasciata alle cure del padre. La sessualizzazione del rapporto, già psicologicamente incestuoso, avviene attraverso l’allusione esplicita del padre all’insoddisfazione per le prestazioni sessuali della moglie.

Esistono situazioni in cui il reale oggetto d’amore della bambina resta la madre, che non è vista con rabbia e rancore per le sue insufficienze, ma con pietà per le numerose situazioni fallimentari sul piano affettivo che ha sperimentato nella vita e proprio in questo caso compare la figura della figlia conciliatrice. Si può trattare di madri che si sono trovate a trascorrere periodi della loro vita occupandosi da sole dei figli e che sono riuscite ad affrontare questi compiti con sufficiente energia sul piano pratico, pur continuando a comunicare ai figli quanto in fondo si sentissero inappagate. Se la madre trova un nuovo compagno che nella fattispecie non è il padre della ragazza, in quanto mezzo per mettere fine all’infelicità materna e per riuscire a garantirle conforto ed appoggio. D’altra parte si verifica frequentemente che questa nuova relazione affettiva parta su basi estremamente fragili: le responsabilità familiari che vengono da subito a pesare sul rapporto, il ricordo delle infelici esperienze passate, i problemi personali e relazionali, che già responsabili dei precedenti fallimenti, ritornano rapidamente a galla, possono incrementare eccessive confidenze o idealizzazioni tra i partner. Di fronte alla possibilità che il rapporto di coppia si riveli ancora una volta deludente ed effimero, scatta nella figlia il desiderio di fare qualcosa perché questo accada, contribuendo a trattenere il partner della madre. Nel fare ciò la ragazza può trovarsi intrappolata in relazioni assai più sconvolgenti di quanto si possa prevedere.

Un incesto più violento, con vere caratteristiche di stupro, si può verificare quando la figlia assume la figura di traditrice. Ciò può originarsi quando, all’interno di un aspro, esplicito, e continuativo conflitto coniugale in cui la figlia era coalizzata con il padre, si arriva ad un voltafaccia della ragazza. Lo schieramento della figlia con la madre, allorché questa decida o minacci di porre fine al conflitto attraverso la separazione, rappresenta un tradimento, insopportabile per il padre. Con violenza sessuale sul figlio egli vuole riaffermare il suo possesso sulla moglie, oltrechè sulla figlia stessa (ibidem).

Gli esempi sopra riportati riguardanti i diversi ruoli svolti dalla figlia (vittima) all’interno delle dinamiche familiari, non solo ci permettono di mettere in luce i fattori scatenanti l’evento incestuoso padre-figlia, ma pongono l’accento sul ruolo, che al suo interno, viene ricoperto dalla madre, la quale, pur non partecipando attivamente all’incesto, può, per caratteristiche psicologiche personali e per il tipo di relazioni affettive messe in atto, concorrere alla creazione e al mantenimento dell’evento incestuoso (Hermann, 1981). Furniss (1983), riteneva che l’incesto si fosse sviluppato come una forma finalizzata ad evitare o a regolarizzare i conflitti che erano presenti all’interno della coppia e che i coniugi non erano in grado di affrontare e la distanza affettiva tra la madre e la figlia avrebbero favorito l’avvicinamento di quest’ultima al padre. Tale osservazione dell’Autore sottolinea l’importanza delle difficoltà relazionali madre- figlia nell’eziologia dell’incesto. Zuelzer e Reposa (1983) hanno studiato le caratteristiche di personalità delle madri in alcune famiglie incestuose dal punto di vista psicodinamico, arrivando alla conclusione che esiste una sorta di pesante carico ereditario che si trasmette attraverso le generazioni: nelle famiglie d’origine delle madri incestuose si rilevano disfunzioni genitoriali, soprattutto materne, che impediscono una soddisfacente relazione affettiva e una buona identificazione. Questa “identificazione negativa” condurrebbe, secondo Nakashima e Zakus (1980)a creare figure genitoriali interne rifiutanti e ostili, nonché un’immagine di “bambino cattivo”. Su queste primitive immagini di madre abbandonica e di figlia negativa si fonderebbero le dinamiche relazionali della futura famiglia e in particolare le successive relazioni madre-figlia. Justice e Justice (1976) descrivono le madri delle famiglie incestuose come persone alla ricerca perenne di un rapporto simbiotico gratificante non sperimentato nel passato, le quali non riescono pertanto ad avere un rapporto intimo soddisfacente né col proprio partner adulto, né con i figli. Ciò avviene anche perché la ricerca di un rapporto simbiotico soddisfacente induce spesso la madre a rivolgersi continuamente alla famiglia d’origine più che a investire affettivamente sulla famiglia attuale. Si genera così un doppio vuoto familiare: da un lato il ritiro della moglie dal rapporto intimo sessuale con il partner adulto lascia insoddisfatto il bisogno di coppia, dall’altro il distacco dalla figlia determina una carenza affettiva nella minore (Sgroi, Porte, 1982). La relazione padre-figlia può rappresentare una duplice risposta alle due diverse istanze: fornire al padre una partner sessuale e garantire alla figlia un sostituto affettivo. La rivelazione dell’incesto non solo rompe queste dinamiche, ma mette allo scoperto, a volte in modo dirompente, i disequilibri di coppia e i conflitti madre-figlia. La reazione delle madri di fronte allo svelamento degli abusi sessuali è spesso caratterizzata dalla negazione dell’accaduto e dall’iniziale rifiuto della figlia (Sgroi et al., 1982); oppure dal desiderio frettoloso di “mettere una pietra sul passato” senza esaminarlo, di “guardare avanti”, in una fuga dagli eventi totalmente inefficace a preparare un futuro migliore (Salter, 1988). Tali comportamenti, dunque, sembrano correlabili alle caratteristiche della personalità di queste donne: la loro fragilità e la scarsa autoconsiderazione di sé, derivante dai problemi d’identificazione con la propria madre di cui si è precedentemente discusso, impediscono loro, di riconoscere i propri conflitti interni e le disfunzioni del nuovo sistema familiare creato, nel quale l’incesto compare come paradossale risposta compensativa (Biancavilla, 1990).

2.5 Effetti dell’abuso sessuale

La letteratura specialistica, pur se in misura diversa, è unanime nell’attribuire all’abuso sessuale intrafamiliare seri effetti psicopatologici sui minori che ne sono le vittime (Gaddini, 1983). Non si tratta del resto di una novità per le discipline psicologiche. Già all’inizio della psicoanalisi, prima di abbandonare la teoria del trauma infantile specifico per la formulazione della teoria del complesso di Edipo, Freud aveva ricondotto l’eziologia dell’isteria a precoci esperienze di seduzione sessuale nell’infanzia (Freud, 1892; 1895). In seguito, con la scoperta dell’esistenza di una realtà psichica autonoma e fondata sui desideri inconsci, l’Autore sposta definitivamente la sua attenzione sulle fantasie come causa del conflitto mentale e della formazione di sintomi psicopatologici. L’importanza patogenetica del trauma perde progressivamente interesse nella ricerca e nella terapia psicoanalitica. Nell’ambito di queste nuove prospettive sono state mosse a Freud e alla psicoanalisi, accuse di aver misconosciuto la realtà dell’abuso sessuale intrafamiliare e dei suoi effetti sullo sviluppo della personalità (Hermann, 1981; Masson, 1984; Goodwin, 1985; Curtois, 1988).

Probabilmente è vero che nella psicoanalisi la scoperta della realtà psichica e della fantasia inconscia ha messo in secondo piano e forse ha oscurato la realtà dell’incesto. Saraval(1967) e Sacerdoti (1989) ritengono che però non sia esatto sostenere che Freud e la psicoanalisi abbiano negato la realtà dell’abuso sessuale intrafamiliare e insieme dei suoi gravi effetti psicopatologici. Gli psicoanalisti che se ne sono occupati hanno da sempre tenuto in seria considerazione la seduzione reale e le sue conseguenze sullo sviluppo (Grenacre, 1971; Abraham, 1975). Lo stesso autore, anche dopo aver abbandonato la teoria del trauma sessuale, più volte ha sottolineato il pericolo di trascurare l’importanza della seduzione reale nell’eziologia dei disturbi nevrotici. Anche Ferenczi, nel suo noto lavoro, “Confusione di linguaggio tra l’adulto e il bambino” (1974), metteva in luce l’impatto traumatico che la passionalità e la sessualità adulta hanno sulla psiche del bambino. E’ comunque immaginabile che l’enfasi posta sui conflitti inconsci e sulla realtà psichica, propria della formazione degli psicologi clinici e degli psicoterapeuti abbia potuto produrre sul piano operativo una pericolosa tendenza a sottovalutare la realtà dell’incesto (Vassalli, 1989). E’ interessante notare come nella storia della psicologia infantile e della psicoanalisi si riflettano, in presenza dell’abuso sessuale sui bambini, le medesime operazioni di diniego, scissione e rimozione che si osservano nella mente degli adulti, dei genitori e degli stessi esperti; Come se in presenza del tabù quelle stesse discipline perdessero la capacità di usare i propri strumenti per riconoscere la sofferenza e consentirne un’elaborazione ( ibidem). Ma come nella realtà quotidiana non si osserva da parte degli adulti un diniego irriducibile, ma piuttosto un’oscillazione faticosa e dolorosa che, attraverso parziali ammissioni e minimizzazioni, conduce anche al riconoscimento dell’abuso, così accade in quelle discipline. Infatti è sorprendente il numero di analisti che riconoscono una posizione centrale nello sviluppo della sofferenza psichica alla violenza commessa contro soggetti in età evolutiva da adulti avente una funzione parentale; basti pensare a Winnicott, Bowlby, Spitz, Kohut e tanti altri.

Recenti ricerche (Hasson et al., 1989) sulle conseguenze dell’abuso sessuale evidenziano come l’incesto sia stato individuato all’origine di vari disturbi della personalità, quali:

a) disturbi dello sviluppo psicoaffettivo, dell’immagine di sé, del senso di autostima;

b) patologie psicosomatiche;

c) patologie sessuali;

d) disturbi del comportamento, dell’adattamento e della vita di relazione;

e) sindromi dissociative e disordini più gravi della personalità.

Quasi tutti gli studi clinici e sperimentali sugli effetti dell’abuso sessuale intrafamiliare hanno un carattere retrospettivo. Ciò non solo perché la maggior parte dei casi non vengono mai alla luce, ma anche perché naturalmente è impossibile conciliare le esigenze di protezione dei minori coinvolti con l’osservazione neutrale di situazioni in corso. In generale le ricerche sociologiche condotte su ampi campioni di popolazione (Wyatt, 1985; Russell, 1986) confermano i dati sulle conseguenze psicopatologiche dell’abuso sessuale intrafamiliare osservati in ambito clinico. Sebbene le attuali conoscenze siano ancora insufficienti a spiegare quali fattori concorrano a determinare conseguenze psicopatologiche più o meno gravi, alcune variabili che influenzano la qualità e la dimensione degli effetti sono già note (Mrazec e Mrazec, 1981).

Per quanto riguarda l’età a livello di maturazione psicosessuale della vittima, le ricerche concordano nel ritenere più gravi gli effetti dell’abuso sessuale che si verifica in età prepuberale (Browne, Finkelhor, 1986). Le conseguenze variano di molto a seconda del grado di sviluppo emotivo raggiunto dal bambino, della sua intelligenza e delle conoscenze e atteggiamenti verso la sessualità che egli aveva prima dell’abuso: più forte è la stabilità emotiva della vittima, più contenuti appaiono essere i danni psicologici. Anche le ricerche sperimentali non sono concordi sull’individuazione della natura degli atti sessuali che caratterizzano l’incesto (Finkelhor, 1979). E’ legittimo aspettarsi differenze consistenti negli effetti del coinvolgimento in attività esibizionistiche, voyeuristiche o masturbatorie rispetto ai rapporti orali, anali o genitali nei quali il livello di sottomissione della vittima e l’intrusione nella sua intimità e nel suo spazio corporeo è maggiore. Per quanto riguarda la relazione di parentela tra vittima e aggressore si può notare che più è stretta la relazione di parentela tra l’adulto e la vittima, maggiore è il danno psicologico che ne segue. Tutte le ricerche concordano sul fatto che l’incesto commesso dai genitori (o adulti aventi funzioni parentali) determina gli effetti più gravi. In generale l’abuso commesso da padri o da patrigni risulta essere il più distruttivo (Browne, Finkelhor, 1986). Il segreto è tipico ma non esclusivo, dell’incesto padre figlia. Il minore si trova ad essere partner sessuale di un genitore in un contesto relazionale in cui è strutturalmente dipendente sul piano vitale affettivo (Furniss, 1988). La pratica clinica insegna che lo stesso atto sessuale viene frequentemente svolto secondo modalità che mirano a negarlo, per esempio al buio, nel silenzio assoluto o come gioco privato ed esclusivo che allude ad una relazione privilegiata il cui rifiuto precipiterebbe la vittima in un contesto di emarginazione familiare (Fritz et al., 1981; Furniss,1984). Le reazioni degli altri membri della famiglia all’evento incestuoso e al suo svelamento hanno un peso considerevole nel determinare o contenere gli effetti psicopatologici della vittima. Per esempio, nei casi di incesto padre figlia si osservano conseguenze assai diverse a seconda che la madre si schieri dalla parte della vittima o invece non gli creda o sia collusiva o passiva nei confronti dell’incesto (Furniss, 1984).

Le reazioni degli altri membri della famiglia all’evento incestuoso e al suo svelamento hanno un peso considerevole nel determinare o contenere gli effetti psicopatologici della vittima. Per esempio, nei casi di incesto padre-figlia si osservano conseguenze assai diverse a seconda che la madre si schieri dalla parte della vittima o invece non gli creda o sia collusiva o passiva nei confronti dell’incesto (Furniss, 1984).

Relativamente all’intervento delle istituzioni, le esperienze più avanzate dimostrano infatti che la protezione delle vittime, per essere effettiva, deve coincidere anche con il tentativo, quando possibile di riparare le relazioni patologiche che hanno generato l’incesto all’interno della famiglia. (Garretto et al., 1981, Renvoize 1982; Furniss et al., 1984 ; Dale et al., 1986 ; Bentovim et al., 1988).

Altresì, nonostante lo spirito del nostro diritto penale sia sempre quello di cercare, non solo di punire severamente colui che commette un reato, ma anche di “educarlo” a quella che scontata la pena sarà la vita normale, in materia di abusi sessuali ci troviamo, invece, dinanzi ad un codice penale che prevede la sola condanna dell’abusante. E pure sembra paradossale che in una società moderna come la nostra non si cerchino dei trattamenti alternativi, quale potrebbe essere quello terapeutico, al fine di recuperare l’abusante e reintegrarlo nella società.

Una rottura automatica e definitiva dei contatti tra il minore vittima di abuso e i familiari è foriera di seri effetti psicopatologici (Crivillè et al., 1986; Cirillo et al., 1987). Quando la separazione definitiva è inevitabile, essa deve essere piuttosto il prodotto di una maturazione consapevole, realizzata attraverso un accurato programma di trattamento esteso a tutte le persone coinvolte. Per questa ragione i paesi occidentali si stanno dotando di strumenti giuridici che consentano di conciliare la persecuzione penale del colpevole con le esigenze psicologiche del minore, attraverso la creazione, nell’ambito degli interventi legali, di spazi per il trattamento dei genitori che hanno messo in atto l’abuso (Battistacci, 1993).

2.5.1 Effetti a breve termine
Le radici del danno psicologico determinato dalla situazione abusante sono da ricercare nel concetto psicoanalitico di “nevrosi traumatica” e in quello psichiatrico di “disturbo da stress di origine post-traumatica” (DSM IV 1994). A tal proposito Pajardi (1995) propone una definizione di danno psicologico o danno psichico inteso come “ un’alterazione dell’equilibrio di personalita o dell’adattamento sociale che emerge dopo un evento traumatico o un logoramento sistematico di una certa entità e di natura dolosa o colposa, che si manifesta attraverso sintomi e compromissione della vita normale del soggetto, permanendo anche dopo un certo periodo di stabilizzazione (circa 1 anno), pur senza arrivare a configurarsi necessariamente in un vero e proprio quadro clinico e patologico”. Il danno, dunque, non è necessariamente identificabile con una patologia o con una scomposizione della personalità, e perché questo si manifesti è sufficiente anche un’alterazione di una sola funzione dell’Io (volontà, affettività, intelligenza). Per poter parlare di danno psicologico causato da un evento esterno alla persona , bisogna che la conseguenza sia stabilizzata in modo da poter distinguere tra uno stato di inevitabile disagio ed una vera e propria alterazione o patologia (Pajardi, 1995). Tre sono le condizioni necessarie perché secondo un’ottica giuridica si possa parlare di danno psicologico: la cosiddetta “apprezzabilità giuridica” ( ossia che il danno sia di apprezzabile entità), il rapporto cronologico e causale tra l’evento lesivo e il danno ed infine una relazione di adeguatezza qualitativa e quantitativa tra il fatto illecito che ha causato il danno e il danno stesso. Il problema del nesso causale, ossia della totale imputabilità dell’evento lesivo, dell’invalidità psichica riportata dal soggetto danneggiato, rappresenta uno dei punti più critici dell’intera materia sia da un punto di vista giuridico che da un punto di vista psicologico. Infatti, esistono diversi livelli di causalità intercorrenti tra l’evento e il danno, disposti secondo una scala che va dalla causalità vera e propria, alla con-causalità e alla mera occasionalità. In molti casi può risultare infatti particolarmente difficile accertare se le conseguenze psicologiche riportate dalla vittima siano imputabili esclusivamente all’evento lesivo, poiché alla diagnosi psicologica viene richiesta la certezza e la precisione nell’individuazione del nesso causale. (Scardaccione, 1992; Pajardi, 1995; Petruccelli, Scardaccione, 1996).
L’abuso sessuale compiuto sui bambini viola le aspettative di attenzione e di cura che il bambino dipendente nutre nei confronti dei genitori e ne determina una confusione di ruoli e limiti. In un rapporto adulto-bambino non è possibile che il minore dia un consenso consapevole, essendo privo di cognizioni sul sesso e sui rapporti sessuali. I bambini possono essere consenzienti, partecipare attivamente all’esperienza sessuale e addirittura trarne piacere, ma certamente non sono in grado di dare un consenso libero consapevole.
La letteratura più accreditata suggerisce una serie di criteri per accertare l’effettiva verifica di un abuso sessuale infantile (De Young, 1986; Haugard et al., 1991; Elterman, Ehrenberg 1991; Ackerman, Kane, 1993). Tali criteri (o indicatori) possono costituire, da soli o insieme ad altri elementi, una guida per accertare l’esistenza dell’abuso nel caso in cui la prova debba essere ricercata. Gli indicatori, considerati in relazione alla vittima, possono essere di tipo: cognitivo, fisico e comportamentale – emotivo.

Tra gli indicatori cognitivi possono rientrare: le conoscenze inadeguate per l’età, le modalità di rivelazione da parte del bambino abusato, i dettagli dell’asserito atto subito. Pertanto le aree da investigare riguardano il livello di coerenza delle dichiarazioni, l’elaborazione fantastica, il giudizio morale e la chiarezza semantica del minore. Tra gli indicatori fisici di abuso sessuale, i più evidenti sono: la deflorazione, la rottura del frenulo, le ecchimosi, i lividi in zona perianale, i sintomi di malattie veneree, le neovascolarizzazioni a livello del derma nelle grandi labbra (per le bambine), le irritazione del glande o del prepuzio ( per i bambini), nonché gli arrossamenti e le infiammazioni aspecifiche localizzate.

Infine vi sono gli indicatori comportamentali ed emotivi, che secondo la letteratura più recente (Farinoni, 1991) possono essere riassunti in: sentimenti di paura, depressioni, disturbi del sonno e dell’alimentazione, la mancanza di interesse come rifiuto di partecipare ad attività ludiche con i compagni, una significativa alterazione della personalità con possibili sintomi psiconeurotici (isteria, fobia, ipocondria). Tuttavia è necessario sottolineare che gli indicatori di abuso a cui abbiamo fatto precedentemente cenno non possono essere utilizzati dagli operatori indiscriminatamente, poiché la presenza di uno o più di essi può essere determinato anche da altre cause. Per quanto riguarda l’equivocità degli indicatori comportamentali, (Dillon, 1987) ha condotto una ricerca con lo scopo di mettere in guardia gli psicologi rispetto ad alcuni parametri di giudizio empirici e criteri valutativi generati dal sapere comune. Anche gli indicatori cognitivi possono essere equivoci, nonostante il fatto che una descrizione dettagliata ed esplicita dei fatti, dovrebbe indicare particolari inequivocabilmente riferibili ad attività sessuali e precise circostanze su come e dove l’abuso si è verificato, sulle richieste di mantenere il segreto, sulla presenza o meno di altri membri della famiglia. Ebbene quindi che lo psicologo, una volta che l’abuso sessuale sia stato conosciuto oltre la soglia dell’ambito familiare non si accontenti di supposizioni o sospetti, ma faccia quanto è in suo potere per acquisire un’idea precisa della situazione e degli avvenimenti, approfondendo quindi l’accertamento dei fatti (Vizard, Tranter, 1988; Malacrea, 1989).

Solo una precisa conoscenza degli avvenimenti e risalendo al malessere psichico insito nella vittima e al contesto familiare e sociale nel quale è inserita, lo psicologo, può avere delle indicazioni utili sul tipo di aiuto e di protezione necessaria per assicurare il benessere della vittima.(Fuster, Neistein, 1987).

In particolare la sintomatologia del bambino abusato sessualmente in età prescolare è caratterizzata da: indicatori specifici (crescita insufficiente, ritardo mentale, persino morte) e indicatori comportamentali (Petruccelli, Scardaccione, 1996). Gli indicatori comportamentali sottolineano come il bambino in età prescolare non sia in grado di capire l’esperienza subita e non riesca a comunicare verbalmente quello che è accaduto anche perché non possiede un vocabolario inerente al comportamento sessuale adulto. Infatti nella nostra società i bambini non hanno un orientamento emotivo, cognitivo e sociale con il quale dare un significato alle esperienze sessuali degli adulti. Ciò lascia il bambino in uno stato di confusione e disorientamento (Urquiza, Capra, 1990), causando in lui manifestazioni molto evidenti di ansia, timidezza estrema e paura del fallimento, atteggiamento ritroso e silenzioso, e comportamento non comunicativo, ostilità e aggressività con il gruppo dei pari (Lynch, 1988; Urquiza, Capra, 1990).

In età scolare, invece, numerosi studi suggeriscono che i bambini che sono stati abusati sessualmente riportano un improvviso peggioramento del rendimento scolastico, disturbi dei processi cognitivi, depressione e disturbo post-traumatico da stress (PTSD), poca confidenza o fobia verso gli adulti, pseudomaturità sessuale e comportamenti sessuali inappropriati (Brand et al., 1986; Bastianon et al., 1987; Oberlander, 1995).

Alcuni Autori (Casentino et al., 1995) sostengono che un’esperienza di abuso sessuale può provocare un effetto di disinibizione sul comportamento sessuale del bambino, per cui sono frequenti la masturbazione manifesta ed eccessiva, l’esposizione dei genitali, i tentativi di introdurre gli oggetti nei genitali e l’aggressività sessuale (per esempio costringere gli altri in attività coercitive sessuali). Questi sintomi sono più frequenti nei bambini abusati dal padre o da un’altra figura paterna con penetrazione vaginale o anale.

Sono stati classificati tre modi diversi di reazione al trauma: l’espressione ed azione di sentimenti associati all’evento, lo sviluppo di comportamenti autodistruttivi (autovittimizzazione) e l’identificazione con il loro aggressore e conseguente abuso sugli altri.

Alcuni bambini possono oscillare tra l’identificazione con il ruolo della vittima e l’identificazione con il ruolo dell’aggressore (Casentino et al., 1995; Urquiza, Capra, 1990).

Nei ragazzi adolescenti abusati i problemi che si manifestano con maggiore frequenza nell’ambito del comportamento sessuale sono: disfunzioni sessuali, ipersessualità, acting-out sessuale e confusione di genere.

Inoltre come risulta da alcune ricerche, molti maschi autori di abusi sessuali sono stati essi stessi vittime di violenza nell’infanzia (Urquiza, Capra, 1990).

Alcuni disturbi psicologici negli adolescenti si manifestano con: idee suicide o omicide, irascibilità verbale, comportamento oppositivo contrastante, problemi nelle relazioni con i pari, delinquenza (ibidem).

Mentre i maschi sono soliti esternare i loro vissuti negativi attraverso il comportamento, le femmine viceversa sono solite reagire ai problemi interiorizzandoli.

A questi vissuti sono da collegarsi anche crescenti sensi di colpa, vergogna, diversità dagli altri, disistima, depressione, disturbi psicosomatici, ritiro sociale, immaturità e comportamenti ossessivi e compulsivi. Alcune difficoltà psicologiche sono anche dovute a disturbi somatici (Friedrich, Schafer, 1995).

Per esempio, la penetrazione anale con abrasione o lacerazione può provocare difficoltà e panico nei movimenti della defecazione. Questo problema può portare ad una distorsione del normale comportamento della defecazione e può contribuire alla comparsa di problemi quali la costipazione o l’encopresi. Possono risultare sconvolti anche i cicli del sonno e dei pasti, a causa delle fantasie ricorrenti che rievocano l’evento (Te Paske, 1987). E’ probabile che le ragazze abusate sessualizzino tutti i loro rapporti in quanto avvertono che questo è l’unico modo per dare e ricevere amore. Spesso sono confuse, depresse, adottano un atteggiamento passivo e autodistruttivo nei confronti di ciò che le circonda.

Quindi, per schematizzare in alcune fasi le conseguenze a breve termine, si possono distinguere alcune reazioni iniziali (shock, umiliazione, paura, tristezza, ansia), una fase di aggiustamento (autodifesa tendente all’introversione e al ritiro in se stessi) e infine una terza fase emotiva contraddistinta dalla depressione, da un ripensamento sull’evento, e da un ritorno alla rabbia (ibidem).

2.5.2 Effetti a lungo termine

Tra le conseguenze a lungo termine, più tipici dei bambini sono i disturbi del sonno, la difficoltà nel controllo sfinterico, la paura degli uomini, l’attaccamento morboso alla madre, i sensi di colpa. Se la violenza viene effettuata in età prescolare potranno comparire crisi isteriche con sintomi di conversione. Quando l’abuso è in età scolare (tra i nove e i dodici anni), le vittime vivono consapevolmente la realtà dell’incesto, ne provano la vergogna e possono essere indotte più facilmente a tacere. Con l’esperienza dell’abuso, i limiti e i ruoli familiari vengono messi in discussione e il concetto di famiglia si disgrega. Non essendoci altro punto di riferimento, la vittima è terrorizzata dall’idea di essere esclusa, il bambino soffre spesso di incubi di morte e di separazione e può sviluppare fobie abbandoniche.

In età adolescenziale possono essere messi in atto propositi di fuga, promiscuità sessuale, tentativi di suicidio. I sensi di colpa e i conflitti con i genitori possono essere mal compensati con l’attuazione di comportamenti sociali anormali: prostituzione, omosessualità, politossicodipendenza, tendenza a delinquere con adesione a bande criminali (Brand et al., 1996; Simpson et al., 1994).

Le conseguenze a lungo termine relative all’età adulta ricalcano in parte i sintomi presenti già nella fase acuta; in particolare tra i sintomi psicopatologici più frequenti troviamo la depressione, il basso livello di autostima, un’immagine negativa di sé, i disturbi alimentari, l’abuso di alcol e di droghe, talvolta anche problemi psichiatrici estremi che possono portare al suicidio. Inoltre, sembrano sempre riscontrabili difficoltà nell’area sesso-affettiva tra i quali: i matrimoni e gravidanze precoci, frigidità sessuale, disfunzioni sessuali, insuccesso nello stabilire relazioni sessuali e affettive durature, tendenza alla promiscuità sessuale e alla prostituzione (AA.VV., 1986; Bastianon et al., 1987; Jehu, 1988; Urquiza, Capra, 1990; Belkin et al., 1994; Oberlander,1995; Mullen et al., 1996;).

Secondo le ricerche più recenti (Liem, Boudewyn, 1995) mentre le donne, generalmente, tendono a sviluppare più degli uomini tratti di personalità borderline (impulsività, fallimenti nel ruolo sociale, intolleranza alla frustrazione, stati depressivi) gli uomini, invece, sviluppano perlopiù disordini di personalità di tipo antisociale.

ASPETTI GIURIDICI,TRATTAMENTO PSICOLOGICO DELL’ABUSANTE,RUOLO DELLO PSICOLOGO

In base alla comprensione della violenza sessuale occorre partire dal concetto di normalità e non da quello di patologia, ovvero dalla cultura e dal modello che orienta e definisce quotidianamente e normalmente le relazioni sessuali generali e non dai comportamenti che eccezionalmente si configurano come patologici (Ventimiglia, 1996).

Solitamente la violenza sessuale viene ricondotta a due tipologie comportamentali: quella della devianza e marginalità sociale e quella della psicopatologia (ibidem). In questo modo si determina una secca contrapposizione tra la sessualità della generalità delle relazioni, che, in quanto definita “normale”, non appare discutibile e quella di una parte minima che definita “non normale”, comporta analisi e richiede interventi particolari come quelli terapeutici. Tuttavia molti specialisti sostengono che le condizioni culturali, simboliche e strutturali della violenza sessuale siano iscritte proprio nell’antropologia sessuale che orienta e definisce la generalità delle relazioni (quelle definite “normali”), anche se non tutte producono come esito visibile l’espressione della violenza.

Negli ultimi anni la prospettiva di inquadrare la violenza sessuale è alquanto cambiata; l’inserimento del reato di violenza sessuale, intesa come delitto contro la persona e non più come delitto contro la morale, rappresenta, senza dubbio, una forte innovazione culturale e giuridica rispetto al passato (Padovani, 1996). Proprio per riuscire a comprendere il significato di questa innovazione sia giuridica che culturale ci sembra necessario porre l’attenzione alle nuove leggi sulla violenza sessuale, non solo nei contenuti più strettamente tecnico-giuridici, ma anche nella comprensione dei reali cambiamenti per la tutela della vittima ed il reinserimento dell’aggressore.

3.1 Aspetti giuridici

Facendo un esame più minuzioso della normativa previgente si rileva che, all’infuori del reato di incesto (articolo 564 c.p., 1989), non esistono previsioni specifiche rivolte a reprimere gli abusi sessuali intrafamiliari.

Occorre innanzitutto premettere, che il reato di incesto (art. 564 c.p.), sussistendo solo in caso di pubblico scandalo, ricorre in casi rarissimi dal momento che i rapporti tra consanguinei sono solitamente caratterizzati da un totale riserbo; tale riserbo diventa tanto più rigoroso quanto più ricorrenti sono gli elementi di sottocultura che favoriscono lo sviluppo di tal genere di fenomeni.

La legislazione penale, non possiede una disciplina organica in tema di maltrattamenti e abuso all’infanzia.

La legge 15/02/96 n°66 in tema di violenza sessuale e la legge 03/08/98 n°269 in tema di sfruttamento sessuale dei minori, dovrebbero potersi considerare, quindi, soltanto il primo passo di un intervento che si auspica più complessivo e che dovrà toccare tutto il campo della tutela contro i maltrattamenti e gli abusi in generale.

Si chiama “Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù”. E’ una legge fatta per combattere la pornografia minorile ed il turismo sessuale in danno dei minori, tutti reati che in virtù di questa legge vengono equiparati a nuove forme di riduzione in schiavitù, è la legge n° 269 che il nostro parlamento ha approvato in data 3 agosto del 1998. Tale legge è stata emanata dopo circa un anno di indagini su uno dei più recenti ed eclatanti casi di pedofilia che ha colpito il nostro paese, precisamente ci riferiamo ai fatti riguardanti la “scuola dei Poverelli” del comune di Torre Annunziata in provincia di Napoli. Tutte le forze politiche di destra e di sinistra furono concordi nell’inasprire le pene e si impegnarono per un’imminente approvazione di nuove leggi inerenti agli abusi sessuali. Il nuovo ordinamento giuridico riguardante gli abusi sessuali punisce pesantemente per certi aspetti coloro che utilizzano i bambini per i loro sporchi traffici, ma come quasi tutte le leggi, pur essendo una buona ed avanzata legge, è tuttavia molto debole perché non tutela e salvaguarda appieno il bambino sul piano della pedofilia.

In Italia il codice penale prevede alcune norme descriventi le tipologie che ledono l’incolumità psichico-fisica dei minori. Gli articoli di rilievo riguardanti la trascuratezza e il maltrattamento dei minori sono: l’art.570 c.p. (violazione degli obblighi di assistenza familiare); art.571 c.p. (abuso dei mezzi di correzione); art.572 c.p. (maltrattamenti in famiglia). Per quanto riguarda invece il tema specifico delle violenze sessuali va sottolineato che la recente legge n° 66/1996 permette il superamento della precedente e limitata normativa ovvero del ricorso agli articoli:

-564 c.p. (reato di incesto)

-519 c.p. (reato di violenza carnale)

-521 c.p. (reato di atti di libidine violenti)

-530 c.p. (reato di corruzione di minorenni)

Il nuovo sfruttamento legislativo è il frutto di un lunghissimo iter che ha avuto inizio nel 1979, anno in cui furono presentati i primi progetti di riforma. La prima rilevante differenza tra vecchia e nuova normativa è costituita dalla collocazione del reato di violenza sessuale fra i delitti contro la libertà personale invece che tra quelli contro la moralità pubblica ed il buon costume. Ciò rappresenta un cambiamento importante di significato ideologico-culturale che era già diffuso nella coscienza sociale ancor prima dell’approvazione definitiva della nuova legge.

3.2.Esempi di trattamento giuridico e intervento psicologico dell’abusante nella Comunità Europea.

Rari e difficili da reperire sono i dati circa eventuali forme di trattamento, specie terapeutico, riguardanti coloro che commettono violenza nei confronti dei minori. In seguito a numerose ricerche effettuate non solo su libri di testo ma anche su servizi on line ho recuperato 3 esempi di intervento non solo giuridico ma anche terapeutico-supportivo sugli abusanti. Tali dati riguardano paesi quali la Svezia, l’Olanda e l’Inghilterra anche se le prime vere applicazioni pratiche di tali metodi riguardano soprattutto l’ Inghilterra di cui abbiamo una ricca documentazione. In questi anni si assiste ad una crescente tendenza a sottoporre gli abusanti a “terapie” per evitare che commettano altri reati sessuali. E’ di mia conoscenza che le suddette ricerche,hanno investito anche la conoscenza di C.T.U.

che si occupano di abusi sessuali su minori. Da ciò ho dedotto che per i terapeuti è un’ardua impresa, dal momento che è impossibile modificare l’orientamento sessuale di un abusante (come del resto ogni altro tipo di orientamento sessuale). Nell’ascoltare il resoconto di un abusante non di rado il C.T.U. viene a conoscenza di episodi di bambini che hanno apprezzato le esperienze sessuali e che spesso ne hanno preso parte attivamente e con entusiasmo. Rifiutando di credere a fatti del genere, a volte la conclusione di alcuni terapeuti è che l’abusante soffra della cosiddetta “distorsione cognitiva”,ossia della falsificazione intenzionale delle risposte e l’alterazione delle stesse per motivazioni inconsce. . La diagnosi della distorsione cognitiva appare sempre più frequente nella letteratura clinica interessata agli abusi sessuali.

3.2.1. Esempio di trattamento svedese

I dati riguardanti le modalità di trattamento utilizzate in Svezia ci riferiscono che l’obiettivo del sistema svedese è la protezione di tutti i membri della famiglia, sia dell’abusato che non deve essere nuovamente abusato, sia dell’abusante che deve trovare il modo di non tornare a commettere abusi. Le premesse svedesi sono ben diverse da quelle italiane: la loro legge, infatti, permette di intervenire subito con la terapia sia per l’abusante che per l’abusato anche se è ancora in corso il lavoro giudiziario.

Il maltrattamento e l’abuso sono reati e contemporaneamente sono fatti che richiedono cure ed interventi terapeutici . Da un lato c’è la legge che stabilisce la repressione di tali reati e dunque la punizione del colpevole, dall’altra, invece, c’è l’esigenza non solo di proteggere il minore vittima, ma anche quella di curare l’offensore, per ripristinare relazioni familiari normali.

3.2.2. Esempio di trattamento olandese

In Olanda è in vigore il cosiddetto sistema del medico confidente (medical referee) per la prevenzione dell’abuso all’infanzia.

Il problema del maltrattamento dei bambini cominciò ad attirare l’attenzione in Olanda negli ultimi anni del ’60,; una delle principali difficoltà stava nel fatto che i medici che si trovavano abbastanza frequentemente di fronte a casi di maltrattamenti, erano incapaci o non osavano intraprendere azioni appropriate a causa del loro dovere di segreto professionale.

Tale sistema venne istituito nell’ottobre 1970; i medici confidenti potevano essere nello stesso tempo un mezzo di raccolta di informazioni affidabile e di incremento delle conoscenze sul maltrattamento dei bambini.

Il medico confidente aveva tre obiettivi:

1)fornire consigli

2)raccogliere informazioni

3)organizzare l’assistenza successiva

Naturalmente rivolgersi al medico confidente è del tutto una scelta volontaria da parte delle persone coinvolte in vicende di abuso sessuale.

Inizialmente il medico confidente esercitava solo una limitata assistenza amministrativa; ora ognuno di essi ha un centro di coordinamento nel quale lavorano un assistente sociale e un coordinamento amministrativo.

Il fornire consigli è la parte più importante del lavoro del medico confidente. Infatti in origine si riteneva che esso avrebbe dovuto soltanto dare consigli alle persone che denunciavano casi di maltrattamento. Questi ultimi avrebbero poi dovuto organizzare il necessario aiuto da dare al bambino e alla sua famiglia. In poco tempo però si è capito che molte persone lasciavano al medico l’onere di intraprendere l’azione necessaria. Per ovviare ad ogni malinteso il medical referee non è responsabile del trattamento intrapreso : egli ottiene solo l’assistenza da coloro che possono fare qualcosa. In prima istanza sceglierà una persona che ha già aiutato o sta ancora aiutando la famiglia attraverso un ruolo professionale; il contatto con questa persona viene preso dall’assistente sociale del centro.

3.2.3. Esempio di trattamento psicoterapeutico inglese

Questo documento pervenutomi grazie alla collaborazione del “Royal College of Psichiatrists” di Londra, non considera direttamente fatti secondari rispetto alla pedofilia, come l’abuso sessuale sui minori, che sono conseguenza di disturbi quali la schizofrenia, psicosi affettive, malattie cerebrali di natura organica, sebbene queste vadano tenute in considerazione nella fase di somministrazione del trattamento.

Il processo di imposizione del trattamento potrebbe comportare lo studio dell’atto d’abuso, dello sviluppo psicosessuale, degli abusi fra genitori e figli, delle influenze culturali e, in particolare, lo sviluppo e l’adolescenza dell’abusante. Così vengono tracciate le linee del mondo interiore del soggetto il che permette al clinico di capirne le attuali motivazioni, come un’analisi degli antecedenti, del comportamento e delle conseguenze. La valutazione del rischio futuro per i bambini e delle risposte al trattamento è veramente complessa e spesso richiede un approccio multidisciplinare prima di pianificare le modalità d’intervento.

Anche se alcuni studiosi preferiscano determinate strategie d’intervento, è opinione comune che l’eziologia sia qualcosa di multifattoriale e non si può esser certi dell’adeguatezza del trattamento per ogni singolo caso.

In verità, per molti pazienti è necessario avere un “pacchetto-guida” per le differenti modalità cliniche.

Le seguenti sezioni avanzano con differenti approcci, ma questi non vanno comunque ritenuti esclusivi. La valutazione della pericolosità è importante, vista la frequenza di minacce e coercizione. Gli abusanti descritti dalla legge possono avere caratteristiche differenti da quelli descritti da clinici. Inoltre, al suo interno, il gruppo trattato collettivamente registra un’alta incidenza di malattie mentali, abusi di sostanze e crimini.

Idealmente, una valutazione dovrebbe portare ad una scelta consapevole del giusto approccio da seguire, ma in effetti, sono poche le informazioni realmente disponibili. Bisogna considerare alcuni aspetti. Ad esempio, un approccio individuale psicodinamico non ha grosso valore in casi estremi di diniego o di autogiustificazione. Gli approcci di gruppo potrebbero avere dei vantaggi. Un approccio di tipo sistemico è da tener presente nei casi di abuso intrafamiliare e anche quando molti agenti sono coinvolti nello sviluppo di un piano correttivo. Generalmente si ritiene che tutti e tre gli approcci abbiano un certo valore, almeno nella fase diagnostica. Una visione di sistema è necessaria per mantenere un certo livello di sicurezza. Anche quando più approcci sono usati per l’intervento, i concetti di cui si tiene conto in un’analisi comportamentale sono da valutare nei casi di comportamento offensivo legato a particolari antecedenti. La valutazione del rischio richiede un’ulteriore analisi. Alcuni elementi dell’approccio psicodinamico potrebbero essere generalizzati. La complessa interazione tra paziente e terapeuta è stata studiata come parte centrale della pratica psicodinamica. L’approccio psicodinamico concettualizza gli atti di perversione come il ripresentarsi di sedimentati modi di garantirsi una personalità (paradossalmente) integra. Questo potrebbe essere un modello generale per comprendere la marcata resistenza al cambiamento, tipica di molti abusanti.

APPROCCI COMPORTAMENTISTI/COGNITIVI:

In una valutazione estensiva, Barth e Schleske (1985) hanno effettuato una revisione dei programmi di trattamento per abusanti C.S.A. in California e hanno dimostrato che laddove erano stati messi in atto tali piani, il numero di denunce era aumentato in egual misura che negli altri distretti.

Gli elementi chiave dei programmi correttivi, qui come negli USA, sono consigli individuali o di gruppo e/o psicoterapia, insieme a terapia cognitiva, comportamentale e training. Nelle sessioni di gruppo si usano metodi come il “role play” l”hot seat”, la sedia vuota, controllo del temperamento, comprensione del punto di vista delle vittime, incontri e definizione di approcci sessuali appropriati.

In aggiunta al comportamento specifico, ai metodi cognitivi e di autocontrollo sopra descritti, l’educazione sessuale, il training di abitudine alle relazioni sono tecniche ampiamente usate.

Questi programmi sono stati definiti per migliorare l’identificazione e la conoscenza dell’aggressore C.S.A. recidivo. Il trattamento dell’abusante va di pari passo con l’adozione di alcune norme di sicurezza. La prima è salvaguardare l’incolumità della giovane vittima. Un terapeuta che osserva un caso di incesto dovrebbe assicurarsi che la vittima sia protetta stando lontano da chi ha commesso l’abuso, grazie al lavoro di agenti sociali o parlandone ad altri membri della famiglia. Se il paziente è un pedofilo, il terapeuta deve assicurarsi che si renda conto del danno arrecato ai bambini in questo modo, che sia in grado di esercitare autocontrollo, e che riferisca, regolarmente ad ogni visita, le sue tentazioni. Se si sospetta che il paziente sia abituato a negare, allora non è possibile portare avanti il trattamento a causa della dubbia sicurezza delle potenziali vittime. Quando è possibile, può essere utile un collaboratore che sia in grado di riportare informazioni affidabili. In casi estremi, quando si pensa che i bambini siano esposti a un rischio immediato, il terapeuta dovrebbe, dopo aver avvertito il paziente, rendere nota l’attività dell’assistente sociale o del collaboratore; a quel punto possono essere prese ulteriori misure. Nel caso in cui sia già coinvolto un pubblico ufficiale o un assistente sociale, il procedimento è molto più semplice, ma richiede un’ottima cooperazione fra i diversi agenti.

METODI SPECIFICI
Sensazione di riparo: è stata spiegata come un condizionamento affettivo ed eversivo. E’ vista come una forma di condizionamento classico nella quale l’immaginazione eversiva è accoppiata alla comparsa dello stimolo deviante. Brownell e Barlow (1969 e 1972) hanno riportato che questa procedura è una segnalata punizione affettiva.

Sazietà masturbatoria: Marshall e Barbaree (1978) e Marshall (1978) hanno spiegato che la sazietà masturbatoria può portare alla soppressione temporanea dell’attivazione del comportamento deviante.

Controllo dell’erezione col biofeedback: Un analogo feedback visuale, per l’autocontrollo dell’attivazione in un pedofilo bisessuale, è stato praticato con successo da Laws (1980). Quinsey (1980) ha scoperto che la combinazione del biofeedback con una punizione segnalata portava a risultati migliori.

Metodi basati sull’autocontrollo: Sono stati usati per gestire diverse forme di devianza, compresa la pedofilia (Bancroft, 1974).Tutte le convinzioni dell’abusante, ad esempio che la vittima sia troppo giovane perché possa ricordare o provare sentimenti, dovrebbero essere rifiutate dal terapeuta. Gli effetti a lungo termine, in futuro, del C.S.A. dovrebbero essere dettagliati. Inoltre, si dovrebbe aiutare il paziente a mettersi nei panni della potenziale vittima e ad usare specifici metodi di autocontrollo.

Secondo tale approccio cognitivo, il paziente è incoraggiato a ripetere a se stesso frasi prestabilite e a rivedersi nel ruolo di vittima, considerando le conseguenze dell’abuso per se e per i suoi familiari. In alternativa, potrebbe sviluppare strategie per i comportamenti incompatibili, come allontanarsi dal bambino o discutere la situazione con l’assistente responsabile.

Tecniche per aumentare gli stimoli non-devianti: La soppressione degli stimoli, il condizionamento degli orgasmi (e della masturbazione), l’alterazione delle fantasie sessuali, la riduzione della tensione e la ristrutturazione cognitiva, sono tutte tecniche già usate. Abel (1965) suggerisce l’alterazione sessuale, tramite la quale si induce il paziente a masturbarsi alternando fantasie sessuali devianti e non.

Terapia medica e aggiunta: Il benperidolo, il droperidolo, sono usati raramente, mentre sono ancora diffusi il ciproterone e il medrossiprogesterone (MPA). Questi principi riducono lo stimolo sessuale, anche se è stato dimostrato che l’MPA agisce sulla capacità di risposta neurormonale e non sulla capacità di erezione (Wincze, 1986).

APPROCCI PSICOANALITICI E PSICODINAMICI

Per il trattamento esistono approcci individuali e approcci di gruppo; in comune hanno lo stress sui processi inconsci, legati ai meccanismi di difesa, l’importanza di trasferire e controtrasferire istanze, e il modo in cui di convertire lo stato dell’abusante, che necessita di un aiuto, da passivo ad attivo e anche atti simultanei per mantenere i fragili meccanismi che governano il senso d’identità.

Psicoterapia individuale: l’importanza di trasferire istanze è sottolineata dall’approccio psicodinamico e riguarda il modo in cui il pedofilo si relaziona al terapeuta e le risposte che lui, o lei, suscita da parte di costui.

Un aspetto è il bisogno di costruire, per gli atti sessuali perversi, uno scenario in cui la moralità, l’autorità e i ruoli sociali sono sfidati. Questo è associato all’intensa eccitazione sessuale e potrebbe riattivarsi durante la seduta terapeutica nel paziente pedofilo, causando incidenti legati ad abusi con l’intenzione di impressionare il terapeuta. Il terapeuta allora, si trova di fronte a un dilemma: c’è una riflessione o un conflitto nella mente del paziente? Lui/lei (il terapeuta) commetterà un atto crudele, rimanendo zitto o offrendo un importante interpretazione psicologica, o dovrà condannare e punire il paziente in un modo o in un altro?

Il paziente e il terapeuta, a turno, interpretano il ruolo della vittima, chiedendo all’altro di fingere di essere un abusante. Per il terapeuta la tentazione a mettere in scena questa simulazione è molto forte e l’istanza neutrale, propria della terapia, che consente di capire e condurre a un cambiamento, è costantemente messa in discussione o addirittura usata, in modo perverso, come occasione per avere un ’assoluzione dalle colpe degli abusi commessi. L’abusante afferma di sapere cosa ci si aspetta da lui durante una seduta e si comporta come se fosse un modo di “dargli ciò che voleva”. Questo parallelamente all’assunto che molti pazienti nutrano rispetto per i bambini dei quali abusano, agendo nella convinzione che l’altro sappia cosa stiano pensando o sentendo; una mancata definizione dei confini dell’ego, caratteristica degli stati di narcisismo. A differenza che in molti altri disturbi della personalità a carattere narcisistico, nella pedofilia diventa intensamente sessualizzata. Una generalizzazione ragionevole porterebbe ad affermare che il paziente tenda a scambi sadomasochistici nelle relazioni interpersonali, nelle quali ci sono sempre un adulto e un bambino che interagiscono come se l’adulto avesse voluto replicare le sue esperienze con chi si prendeva cura di lui da bambino.

Psicoterapia di gruppo: Sono possibili diversi approcci alla psicoterapia di gruppo. Alcuni gruppi, composti interamente da abusanti, si relazionano ad altri abusanti in modo da cambiare l’abituale diniego della realtà in quella che potrebbe essere un’occasione di confronto. L’enfasi, in questi casi, è sull’utilizzo di supporti e confronti per mantenere un regime terapeutico. Nei gruppi psicodinamici il fattore chiave è l’interazione fra i ruoli di abusante e vittima, come sopra descritto. Alcuni gruppi specializzati coinvolgono esplicitamente sia abusanti che vittime. In sedute come questa, il terapeuta deve interpretare il ruolo in linea con quanto descritto dalle vittime e con la natura sadomasochistica delle relazioni che si sviluppano, o la vittima potrebbe ritirarsi precocemente, pensando che il terapeuta, condizionando lo scambio dei ruoli, stia esplicitamente giustificando una situazione del genere. Inoltre, il terapeuta deve essere consapevole che il chiaro desiderio della vittima di continuare ad essere il favorito è ben conosciuto da chi ne abusa. Come risultato, potrebbe verificarsi una distruttiva rivalità. I metodi di trattamento di gruppo vengono adottati per bambini e adolescenti che siano già state vittime di abusi, o identificati come potenziali abusanti essi stessi. Alcuni di questi gruppi si focalizzano sull’opportunità di rimettere insieme convinzioni e sentimenti che sono stati allontanati e da cui ci si è distaccati per un meccanismo di difesa. In questi gruppi, proprio per il loro orientamento psicodinamico, il terapeuta deve tenere sott’occhio le numerose, quasi infinite, possibilità di interazioni sadomasochistiche, così come l’eccitamento sessuale che potrebbe essere attivato dal discutere di abusi sessuali.

Le comunità terapeutiche:Nelle prigioni si ricorre a sedute psicoterapeutiche, alcune delle quali specifiche per chi commette violenze sessuali. Alcuni esempi sono Grendon Underwood, l’ospedale Annexe a Wormwood Scrubs e, più recentemente, la prigione di Littlehaye. In ognuno di questi casi, esiste un’unità apposita, all’esterno della prigione. Ci si sofferma sulle dinamiche di gruppo, del vivere – in – comunità, e particolare attenzione all’espressione dei sentimenti e alle dinamiche relazionali, specie nei casi in cui l’abuso si è ri-verificato.

APPROCCI AL TRATTAMENTO SISTEMICO:gli approcci specifici alle terapie familiari sono diversi nell’orientamento. Un’utile distinzione può essere operata in termini di confini tracciati attorno al sistema del trattamento. Alcuni approcci si concentrano sulla famiglia nucleare (anche se spesso è di difficile definizione a causa della complessità delle relazioni); oppure si può considerare un nucleo più ampio che coinvolga altre generazioni e/o agenzie formative collegate. L’intento è definire e raggiungere gli obiettivi del trattamento e ridurre conflitti. A differenza di altri approcci al trattamento, l’attenzione non va focalizzata direttamente sull’abusante. Durante il trattamento familiare, l’enfasi è sul chiarimento della comunicazione distorta, identificando e riparando relazioni asimmetriche di potere (specie quando vengono erotizzate), con un lavoro specifico sulla definizione delle distanze fra genitori e figli. Il lavoro familiare dovrebbe includere sessioni distaccate per i parenti. Recenti studi hanno dimostrato il bisogno di un input terapeutico da parte delle madri; una chiara relazione in cui la madre creda veramente, supporta il figlio, con conseguenze migliori per lui. Esiste, inoltre, una ridotta possibilità che il bambino venga allontanato da casa se la madre dovesse aver bisogno di un aiuto per supportare il figlio, vittima di abusi sessuali. Questo è vero per i più recenti sviluppi negli approcci alla terapia di gruppo, come il trattamento di gruppo per i familiari dei bambini vittime di abusi, o altre complesse situazioni che necessitano dell’impatto terapeutico del confronto e del supporto dei pari. Una prospettiva sistemica riguardo al trattamento degli abusanti tiene conto del lavoro individuale e sposta il trattamento nel contesto familiare e sociale. Una comprensione sistemica delle origini dell’abuso lo vede connesso alle attitudini sociali, al contesto familiare e all’individuo. Le attitudini sociali –uomini che guardano donne e bambini come “appropriate” vittime di violenze sessuali- sono perpetuate in famiglia, che diventa contesto di ri-creazione di tali valori. Individui cresciuti in famiglie con questi valori vengono divisi, interpretando ruoli di vittime e di abusanti. L’ipotesi di una “ri-creazione intergenerazionale” è un modello ben sviluppato per comprendere la trasmissione del comportamento abusante all’interno di particolari contesti familiari. Un approccio sistemico al trattamento deve assicurare la cooperazione di agenti che si focalizzino sul contesto sociale, sulla famiglia e sull’individuo, in modo da procedere ad un trattamento integrato. Dunque, un approccio integrato deve coinvolgere agenti focalizzati sui ruoli sociali (giudici, servizi sociali, agenti sociali); altri che si concentrino sul lavoro dei contesti familiari (dipartimenti dei servizi sociali, dipartimenti psichiatrici per bambini e famiglie, associazioni di volontariato); e, infine, agenti specializzati nel trattamento dell’individuo (servizi psicoterapici dei tribunali e agenzie che provvedano alla psicoterapia per adulti e bambini).

La recente specializzazione e la frammentazione dei servizi potrebbero compromettere lo sviluppo di tali approcci integrati. Inoltre, il riavvicinamento degli abusanti alle proprie famiglie, che assicurano un adeguato approccio integrato alla protezione e al trattamento per tutti i membri della famiglia, potrebbe essere pianificato in maniera inadeguata, inducendo l’abusante all’azione.

Compito del Comitato per La Protezione del Bambino dovrebbe essere assicurare che in ogni area sia disponibile un approccio integrato al trattamento. Bentovin (1988) e Monk (1991) hanno dimostrato come un approccio integrato possa condurre a una piccola, ma significativa, riabilitazione delle famiglie, a seguito di abusi sessuali intrafamiliari da parte sia di adolescenti che di adulti. In ogni caso, un alto numero di abusanti all’interno del contesto familiare (oltre il 75%) non si assume la responsabilità dell’abuso e il 40% delle madri non crede ai racconti dei propri figli, specie se si tratta di bambine più grandi. Madonna (1990) ha notato che le famiglie all’interno delle quali si verificano abusi sono caratterizzate da scarsa disponibilità emotiva dei genitori verso i figli, da necessità di complicazioni e da un’atmosfera di instabilità.

Ciò significa che anche se il trattamento fosse più immediatamente disponibile, potrebbe esserci ancora una limitata accettazione delle responsabilità all’interno delle famiglie che solitamente si appoggiano ad agenti ausiliari. Le famiglie che funzionano meglio, e che non entrano in contatto con tali agenzie, dovrebbero usare le risorse terapeutiche con maggior successo.

3.3 Il ruolo dello psicologo

Sapere o sospettare che un minore sia vittima di abusi sessuali si rivela per un operatore (psicologo, medico, assistente sociale etc.) un compito complesso e difficile; “riconoscere” un abuso sessuale è per l’esperto come imbattersi in un avversario inafferrabile, e solo se saprà con certezza, che cosa sia e come si sia manifestato, potrà trovare un’appropriata strategia di supporto da offrire alla vittima e un intervento di recupero per l’abusante. Si tratta da parte dello psicologo di una “messa a fuoco” per cui non è sufficiente una visione generale del fenomeno, ma una conoscenza meticolosa ed attenta, che include l’analisi delle infinite combinazioni delle età dei protagonisti coinvolti in tale atto, delle modalità, della durata, delle capacità, dei sentimenti, delle storie, delle relazioni, così come dei motivi che hanno determinato la crisi dinamica incestuosa che non lasciano spazio ad un approccio superficiale. Da ciò ne consegue che l’interesse primario di qualunque intervento, sia esso giudiziario che psicosociale, deve essere quello di farsi carico dei reali bisogni-diritti del bambino, coinvolto in una storia di violenza e la possibilità di recupero del violentatore; disattendere tale obiettivo, significherebbe rischiare di produrre nella vittima seri traumi (psichici, sessuali e comportamentali) e nel violentatore la continuazione di tale crimine. Detto intervento trova la sua forza in un concreto coordinamento tra le istituzioni che hanno, da una parte, la funzione di tutelare la vittima e dall’altra la funzione di terapia e di sostegno (sia psichico che fisico) da offrire anche alla famiglia, nella quale il minore è inserito. Tale intervento risulta sicuramente molto complesso, poiché richiede la mediazione, spesso difficile ed estenuante sia tra gli operatori psicosociali che tra quelli della Giustizia Minorile ed Ordinaria, incluse tante professionalità distinte che talvolta faticano a svolgere il lavoro in modo interdisciplinare. Infatti è proprio il bisogno-diritto di protezione della vittima, integrato alle esigenze di aiuto e recupero dell’intero sistema familiare, che rappresenta il filo conduttore di tutto l’intervento, che inizia con la protezione fisica e psicologica del minore, per passare infine, alla valutazione delle cause che hanno determinato il comportamento abusante, delle relazioni familiari che ne hanno consentito lo sviluppo e delle possibilità esistenti di recuperare rapporti sani e funzionali, tra i vari membri della famiglia, incluso l’autore del reato (Malacrea, Vassalli,1990). L’intervento si conclude, solo se vi sono le condizioni per un recupero dell’autore del reato, con il trattamento assistenziale e terapeutico della famiglia e con il sostegno di cure psicologiche per tutti. Va sottolineato che, comunque, tutte le fasi dell’intervento devono integrarsi all’interno di una cornice condivisa dalla legge la quale, attraverso le disposizioni penali e civili permette la realizzazione della risoluzione del nefasto problema dell’abuso sui minori.

L’importanza dell’accertamento psicologico nei casi d’abuso sessuale sui minori è senza dubbio fondamentale; questa fase rappresenta solo l’inizio di un iter lungo e complesso che coinvolge lo psicologo, il quale per quanto riguarda l’intervento diagnostico, dovrebbe per primo entrare in rapporto con le persone coinvolte in tale situazione ed essere in grado di valutare la tensione emotiva e le esigenze terapeutiche del bambino e della famiglia. Senza dubbio nella fase dell’accertamento si rende indispensabile la valutazione della personalità di base del bambino e di come l’abuso abbia inciso sul suo sviluppo emotivo, oltre ad una valutazione del suo stato di sviluppo psicologico, del suo comportamento e delle sue capacità intellettive. Accanto all’indagine sul bambino, l’impegno dell’esperto dovrebbe orientarsi a gestire gli incontri con la famiglia per valutarne la struttura, la problematicità, le aree disfunzionali, nonché verificarne le risposte emotive quando viene confrontata con l’abuso. E’ questo un lavoro particolarmente delicato per il quale non è sufficiente possedere il titolo accademico di studio, dal momento che richiede una specifica competenza maturata attraverso training formativi. Questo comporta che l’esperto abbia un’approfondita ma delimitata capacità professionale; da ciò deriva l’impegno all’interdisciplinarietà e al lavoro di gruppo in cui, nella stessa area psicologica, operino, superando posizioni dogmatiche, le diverse competenze e i diversi riferimenti teorici (ad esempio il testista, il terapeuta sistemico-relazionale, l’analista individuale etc.). Le competenze dello psicologo vengono utilizzate dalla giustizia penale nei casi di abuso sessuale intrafamiliare, in particolare in alcune Procure, al fine di svolgere accertamenti psicodiagnostici sul minore ed individuare una serie di indicatori di abuso e contribuire in modo decisivo alla verifica dell’attendibilità della “parte lesa”, specie quando non ci sono riscontri obiettivi (Forno, 1990). In particolare lo psicologo, esperto in abusi sessuali, viene consultato nei casi in cui da sintomi psichiatrici, psicosomatici o comportamenti disturbati, che vengono valutati in occasione di un accertamento clinico o durante i colloqui con i familiari o con il minore, si presenta un qualche caso di abuso.

Sembra che la letteratura scientifica sia particolarmente povera di ricerche sulla psicodiagnostica relativa ai casi di abuso sessuale. Montecchi et al., (1994) riportano, infatti, soltanto tre lavori abbastanza recenti sull’argomento, scritti da Briggs (1991), Harper (1991) e Saunders (1991). Mentre Briggs evidenzia l’importanza del disegno infantile come possibile mezzo di identificazione degli abusi sessuali, riportando una casistica personale in cui nel 100% dei casi sospetti veniva confermata, a posteriori, un’effettiva violenza sessuale, Harper, usando la tecnica della Lowenfeld, analizza le caratteristiche dei mondi di tre diversi gruppi di bambini: il primo gruppo, costituito da bambini sottoposti a violenza sessuale, rappresenta mondi prevalentemente misti, con contenuti sessuali e forti richieste di protezione e nutrimento; il secondo, che è composto da bambini sottoposti a violenza fisica, rappresenta mondi aggressivi con contenuti caotici e disorganizzanti; i bambini del terzo gruppo, sottoposti sia a violenza fisica che sessuale rappresentano, invece, scene molto differenti, ma per lo più mondi incompleti con temi tendenti al disastro finale. A differenza di questi due ricercatori, Saunders (1991) rileva un’alta incidenza di abusi sessuali intrafamiliari nell’anamnesi delle adolescenti femmine con diagnosi di personalità borderline fatta mediante il test di Rorschach, la Dissociative Esperiences scale e le interviste cliniche strutturate descritte nel DSM IV.

Da numerosi studi e ricerche è emerso quanto possa rivelarsi difficile e complesso sia per uno psicologo che per uno psichiatra utilizzare delle tecniche di intervista che siano adeguate per un bambino, vittima di abuso sessuale intrafamiliare, senza compiere involontariamente degli errori diagnostici che potrebbero rivelarsi dannosi per l’equilibrio psicologico, affettivo e sociale del minore stesso coinvolto in tale atto. Proprio per questo, sulla scorta dei risultati della letteratura più recente (Sthal, 1994) anche il Royal College of Psychiatrics (Jones, Mc Quiston, 1988) fornisce alcune indicazioni importanti sulle modalità di intervista che sia lo psicologo che lo psichiatra dovrebbero utilizzare con un bambino.

Occorre innanzitutto fare in modo che il racconto del minore sia spontaneo, che lo psicologo non sia troppo intrusivo e cerchi di evitare di formulare al bambino sia domande suggestive che domande a cui si risponde solo con un si o con un no; è opportuno, inoltre, che lo psicologo non crei un clima intimidatorio e un’atmosfera da “rivelazione a tutti i costi”, prevedendo per il bambino periodi di gioco, evitando sguardi intensi e toccamenti del bambino durante l’intervista. Infine, è importante che l’esperto utilizzi un linguaggio semplice ed appropriato adatto al livello di comprensione del bambino, senza interromperlo ed evitando di fornire al bambino notizie apprese da altre interviste (Sthal, 1994).

A questo punto, sarebbe opportuno prendere in esame, anche, alcune direttive che si rivelano utili agli operatori (in particolare psicologi e psichiatri) al fine di evitare che possano verificarsi errori grossolani con conseguenze nefaste per il bambino. E’ importante, in primo luogo, che venga richiesta sempre una perizia medica e psicologica del minore: in particolare occorre sempre disporre di un’accurata analisi degli organi genitali al fine di valutare gli eventuali segnali specifici ed aspecifici di abuso e, nell’ambito dell’analisi di personalità del bambino abusato, valutare anche le reazioni scolastiche o degli insegnanti. Occorre ascoltare sempre entrambi i genitori del minore e tutte le persone comunque coinvolte allo scopo di avere una migliore ponderazione e diagnosi del prospettato abuso.

Negli interrogatori è necessario evitare domande ripetitive e fare in modo che il racconto sia spontaneo.

Infine, è importante prendere in considerazione che un’accusa possa essere falsa, in particolare se il bambino è ancora piccolo, se i genitori sono in conflitto tra loro e se l’accusa parte da un genitore e non dal minore abusato.

Ci sono casi in cui l’abuso è celato da situazioni all’apparenza tranquille all’interno delle quali la personalità dell’abusante, apparentemente integra e l’esistenza di un legame affettivo tra lui e la vittima, rende più difficile all’operatore definire l’esistenza e le caratteristiche dei fatti traumatici. L’intervento prende in considerazione vari piani d’analisi; anche se l’intervento dello psicologo chiamato in causa subisce forti tensioni e un coinvolgimento che in prima istanza potrebbe apparire anche di natura empatica, le emozioni, i sentimenti che nel loro insieme possono essere causa deviante di un approfondito esame clinico, la struttura di personalità dello stesso psicologo viene sottoposta ad uno stress psichico, spesso intollerante con il fattore deontologico. L’esperto pur prendendo coscienza della consapevolezza del suo intervento tende spesso a proiettare nelle risposte verbali i propri sentimenti, le proprie aspettative e le proprie angosce. I dati che rileva danno una valutazione non approssimativa delle rivelazioni dell’abuso e contraddistinguono non solo la personalità ma la stessa sofferenza del C.T.U. Il gioco che si presenta deve dare all’operatore un equilibrio dinamico; tale energia deve resistere a qualsiasi valutazione che non risponda alla sua dipendente personalità ed alla sua sensibilità. L’attenzione che il terapeuta deve rivolgere è di particolare importanza anche nella decodifica del profilo psicologico dell’abusante sia per l’accertamento che per la pseudo-convinzione che possa danneggiare sia l’abusato che l’abusante. E’ vero che la vittima deve essere sottoposta ad un intervento che miri a far emergere i propri vissuti dolorosi collegati al trauma e ad indagare contemporaneamente tutti i risvolti emotivi che da ciò derivano. Contemporaneamente rendere possibile all’abusante di credere che “davvero qualcosa va cambiato” e che l’obiettivo sia sottoporsi e di comprendere problemi che lo hanno coinvolto in questo crimine perverso.

Molto spesso l’abusante cerca di contrastare attraverso difese di onnipotenza l’illusoria convinzione o i confini dell’abuso stesso e di non aver danneggiato la vittima. Per questo è importante che l’esperto attraverso sedute e colloqui clinici cerchi di far introiettare a livello inconscio nell’abusante un’alternativa valida alle sue manifestazioni di aggressore su un’innocua preda sia di piccole capacità psichiche che di fragilità corporea, e cercare di affidare la propria disperazione a qualcuno; in questo caso è il terapeuta che deve far distanziare i suoi vissuti forse di una sofferenza passata, di una delusione subita o di un significato distruttivo su un essere indifeso. Allo psicologo si chiede di lavorare attivamente sull’abusante per comprendere se una delle cause possa essere l’eventuale mancata protezione della madre e se essa sia stata realmente volontaria o inconsapevole ( questa è una delle cause che in contrapposizione al complesso Edipico non risolto pone l’abusante in una posizione ossessiva di odio-amore verso la madre). E’ preferibile che a questo punto il lavoro psicologico sia svolto con un atteggiamento passivo ma nello stesso tempo volto a comprendere l’abusante in esame. Questa introiezione della funzione osservante dello psicologo è resa possibile dal suo modo di proporsi, attraverso il quale, con il susseguirsi delle sedute viene stimolato a riscoprire nell’abusante un essere umano con bisogni e desideri propri a ritegno di un suo simile più fragile e ingestibile. A questo punto il lavoro psicologico farà riemergere nell’abusante, inevitabilmente ricollegate al proprio contesto familiare, aree d’ombra di un vissuto, di un trauma o di violenza subita. E’ chiaro che l’abusante comprometta troppo o anteponga la realtà di scoprirsi un violentatore e allora è possibile che possano emergere elementi significativi sul piano della realtà psichica interna, sia in termini di emozioni e sentimenti sia di fatti sperimentati e vissuti attraverso situazioni che il terapeuta con la sua professionalità faccia in modo che l’abusante possa associarlo liberamente. L’accertazione di un codice di comunicazione misto tra l’abusante e il terapeuta, sia sul piano delle relazioni che su quello della percezione, possono portare a ricostruire il quadro della personalità dell’abusante. L’esperto a questo punto del lavoro terapeutico deve riuscire (sempre con la propria esperienza professionale) a fare in modo che l’abusante perda il controllo dei suoi meccanismi difensivi. Questo potrebbe essere la garanzia delle rivelazioni che l’abusante potrebbe confidargli ma soprattutto nella loro utilità come tappa per un’elaborazione psicologica . A questo punto l’atteggiamento dello psicologo deve essere sia di tipo recettivo che attivo. Recettivo nel permettere, senza interferenze razionalizzanti o poliziesche che il flusso dei ricordi venga verbalizzato e che spesso risulta talmente fuori dalla portata di comprensione dell’abusante da non riuscire a causare quel malessere che invece è provocato nelle vittime.

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